VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

30 gen 2022

27 gennaio, Giorno della Memoria

שׁוֹאָה - Shoah

Quattro lettere dell’alfabeto ebraico, SHOAH. È la parola che gli ebrei usano per indicare la tragedia dei campi di sterminio del secolo scorso. È parola antica. La troviamo già in un testo risalente al VI secolo a.C. quando un anonimo profeta, i cui scritti confluiscono nel libro Isaia, la mette in bocca al Dio di Israele nei confronti di Babilonia che non ha avuto pietà degli israeliti deportati, in esilio, nelle sue terre.

È difficile tradurla con una sola parola nella nostra lingua. Shoah è sciagura, è devastazione. Tempesta. Desolazione. Per cui spesso, nel linguaggio giornalistico e in quello quotidiano, nel parlare di quella terribile tragedia, usiamo la parola olocausto. Che, però, non esprime tutto il dramma che s’è consumato. Contro gli ebrei – 6milioni ne sono stati eliminati – e contro altri che pure inquinavano la purezza della razza ariana. Zingari, omoaffettivi (omosessuali), disabili, sia fisici sia mentali. Oltre che oppositori politici e Testimoni di Geova.

Olocausto è parola che appartiene alle religioni. Indica l’offerta totale, intera, alla divinità (dal greco hòlos, intero e kàiobrucio): l’animale sacrificato veniva bruciato completamente. A differenza degli altri sacrifici in cui le carni dell’animale offerto, ucciso sull’altare, venivano poi mangiate. Dai sacerdoti e dagli stessi offerenti.

Le vittime dei nazisti non erano olocausto offerto a Dio. Erano semplicemente il diverso. E il dio – con la d minuscola – cui erano sacrificate era la stupidità, la presuntuosità e la negatività del potere che ha bisogno di un capro espiatorio per sostenersi. E lo trova nel diverso. Che diventa il nemico, il pericolo, il responsabile di ogni male.

 

Non è un pensiero morto. Coltivato dai nostri nonni, nel secolo scorso. A ottobre celebreremo i cento anni della marcia su Roma. Celebreremo!? Ci sarà chi vorrà celebrarla, nostalgici dell’uomo forte al comando. Per la maggioranza di noi, mi auguro, sarà solo il ricordo di una brutta pagina di storia. Considerando dove quel regime ci ha portati. La gloria di Roma, l’impero, le colonie. Fino alle leggi razziali. Tanto per non essere da meno. Anche noi, italiani brava gente, abbiamo messo la nostra firma sotto la Shoah: degli oltre mille ebrei catturati dai nazisti nell’ottobre del ’43 a Roma, torneranno da Aushwitz soltanto in sedici.

Oggi, salvo qualche nostalgico, la parola razza l’abbiamo eliminata. Non solo dal linguaggio scientifico, anche dal parlare quotidiano. Ma il diverso è sempre una risorsa per chi, smanioso di potere, si ritrova con il bisogno di additare ai suoi il nemico di turno. L’altro. Sarà il musulmano, l’africano o il cinese. Sarà il profugo che viene a minacciare l’equilibrio e il benessere della patria. Ci sarà sempre qualcuno. Responsabile di ogni male.

 

Due settimane fa ricordavamo le parole di Martin Luther King: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti”. Sì, è sul silenzio degli onesti che si costruisce la maggior parte delle ingiustizie. Perfino tante aberrazioni. Io non c’entro con le loro prepotenze, le loro angherie, le loro stupidità. Ma non faccio niente per fermarle. Mi chiudo nel mio orticello: vivi e lascia vivere diventa la mia regola. Il silenzio degli onesti. La marcia su Roma non l’hanno fatta con i carrarmati né con i bazooka: sono arrivati, semplicemente. E i più li hanno lasciati andare avanti. Perfino Hitler è arrivato al potere con il voto di una maggioranza.

È difficile pensare oggi a un Führer o a un Duce in un paese dell’Unione Europea. Meno difficile vedere uomini di governo che ne recuperano qualche colore. Orbàn, Lukašenko, Putin, Erdoğan... tanto per citare qualche nome. Vicini a noi geograficamente, e corredati di qualche simpatia da parte di certi nostri politici.

 

Tutto questo per dirci che il Giorno della Memoria non è semplice commemorazione di un dramma. È richiamo alla vigilanza. All’attenzione vigile. Se guardiamo certe manifestazioni, se ascoltiamo quali parole accompagnano spettacoli e dibattiti in tv, se guardiamo proclami e striscioni nelle nostre strade... troppo spesso c’è odore di violenza. Non è la contrapposizione di opinioni o di pensieri che sono pericolo. Sono la violenza e l’odio che generano morte. “Se si ammettono le parole di odio nel contesto pubblico, se le si accoglie nella ritualità del quotidiano, si legittimano rapporti imbarbariti” ricorda Liliana Segre, una che Aushwitz l’ha conosciuta.

Due settimane fa ci mettevamo in guardia dall’indifferenzaIl silenzio degli onesti non è un’altra faccia?

 

 

* GIORNO DELLA MEMORIA

È avvenuto, quindi... 2021;  Per non perderci 2020;  Ricordare ci rende liberi 2019;  80 anni 2018;  Se questo è un uomo 2017;  La memoria... corta 2016;  L'olocausto oggi 2015;  Una nuova Shoah? 2014;  Il Giorno della Memoria 2013;  Io non c'ero 2012;  Ricordare per vivere 2011