VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

26 gen 2020

27 gennaio, Giornata mondiale della memoria

Per non perderci

“Perché tu possa raccontare a tuo figlio e al figlio di tuo figlio” dice a Mosè il suo Dio mentre lo manda da Faraone perché restituisca al popolo ebraico la sua libertà. Che cosa raccontare? In quel contesto erano le imprese che il Dio degli ebrei metteva in atto a favore del suo popolo. Imprese giunte a noi, nel libro dell’Esodo, con-fuse, tra storia e mito.[1]

Ma oggi? Cosa raccontare? E, prima ancora, perché raccontare? Perché il racconto costruisce la storia. E non permette che fatti e avvenimenti si perdano nell’oblio.

Prima che l’uomo conquistasse la scrittura, era nel racconto da padre a figlio che si tramandava la memoria di un popolo. Così sono nati i miti. Così si sono conservati. Spesso con-fusi (fusi insieme) con fatti realmente accaduti. Ma così era la storia. Mito e realtà nascevano insieme e insieme progredivano. Fino al momento in cui la scrittura, in un dialogo fecondo tra l’homo sapiens e il technologicus, ha preso vita. Facilitando, così, il passaggio e la memoria da una generazione all’altra. Nasceva la storia. E l’umanità consolidava le sue conoscenze e le sue conquiste.

 

Perché raccontare? Perché il racconto alimenta la memoria, la fonda. Se non c’è racconto non c’è memoria. E se non c’è memoria non c’è identità. Io sono è il risultato di quanto è scritto nella mia memoria. E la memoria è così necessaria per la mia identità, che perderla significa perdere me stesso. Al punto che, in situazioni estreme, non sono più in grado neanche di dire io sono, perché io, se non ho memoria, non so chi sono. Assente al presente, sperduto nel passato, e privo di futuro.

Chi ha esperienza di persone care cui gravi patologie hanno sottratto la memoria – demenze senili, Alzheimer, ictus vari – sa quanto sia doloroso vedere il proprio congiunto che non ti riconosce, che non sa dove si trovi, che di volta in volta si costruisce contesti e situazioni del tutto distonici con la realtà. E la persona che ha perso la chiave della memoria non sa. Non ne ha consapevolezza. È una sofferenza per lei? Noi riteniamo che non lo sia. Ma siamo ancora tanto lontani da una conoscenza appena sufficiente della complessità e delle sfumature della mente in situazioni di questo genere.

 

E la memoria collettiva? Può un popolo perdere la memoria? Se non apparisse quasi gioco di parole, dobbiamo dirci che questa è una domanda da non dimenticare. Un popolo che perde la sua memoria è anch’esso nella situazione di non poter più dire io sono. Non sa chi è, né sa dove sta andando. Il suo passato, costruito attraverso fatiche, conquiste e perdite è ignoto. Sconosciuto. Dimenticato. Il libro della memoria, scritto in anni, decenni e secoli, è bruciato. Perduto.

 

Guardiamo cosa sta succedendo proprio adesso in casa nostra. Un’indagine del Censis, a conclusione dell’anno appena passato, ha evidenziato che il 48% degli italiani ha nostalgia dell’uomo forte al comando. Come se non avessimo più memoria di quanto, neanche un secolo fa, proprio noi italiani, accanto ai tedeschi del Terzo Reich, abbiamo combinato con l’uomo-forte da cui c’eravamo lasciati sedurre.

Perdere la memoria significa perdere le coordinate di riferimento. Dimenticare le sofferenze che uomini e donne di appena una o due generazioni fa hanno vissuto. Dimenticare le tragedie dei totalitarismi del secolo scorso, di fronte a certa povertà di cultura democratica di tanti governanti di oggi, ci fa irretire con troppa facilità dal canto della sirena che in cambio dei pieni poteri ci promette... pace, libertà, sicurezza e benessere.

Come pure dimenticare un passato ancora più vicino, quando emigranti dovevamo rifugiarci in altri paesi per sopravvivere, ci fa cadere nella trappola di vedere nel migrante di oggi il nemico da combattere e il pericolo da cui difenderci.

 

Come per quegli ebrei di qualche millennio fa, prigionieri di Faraone dai pieni poteri, dimenticare la vicinanza del loro Dio avrebbe portato solo perdita di ogni speranza, così anche per noi dimenticare il passato, con i suoi errori e le sue rinascite, ci fa perdere di vista le potenzialità che pure ci appartengono.

Ma se l’Alzheimer di un individuo resiste ancora alla scienza medica, non altrettanto può fare quello di un popolo. Un popolo ha la capacità di conservare la propria memoria, di prendere in mano la propria storia. Anche quando il canto delle sirene si fa forte e pervasivo.

 

E quando di fronte a sovranismi, populismi e razzismi di ritorno ci sentiamo indifesi, diventa necessario riaprire le pagine della storia. Della nostra storia. E trovare la forza di raccontare a tuo figlio e al figlio di tuo figlio parole come Auschwitz, Dachau, Birkenau, accanto a odio, violenze, guerre, morti, distruzioni.

È solo coltivando la memoria che conserviamo la consapevolezza e non perdiamo la nostra identità.

 

[1] Esodo 10,2