22 feb 2026
Il lungo viaggio dal fermare la guerra al costruire la pace
Custodi della vita
Il gelo, quello stesso gelo che trasformava in ghiaccio uno sputo in volo, era penetrato anche nelle anime degli uomini. Se potevano congelarsi le ossa, se poteva congelarsi e intorpidirsi il cervello, poteva congelarsi anche l’anima. Nella morsa del gelo non si può pensare a nulla. E l’anima si era congelata, rattrappita, e forse sarebbe rimasta ghiacciata per sempre.[1] Anni Quaranta, siamo in Siberia nella regione della Kolyma, Unione Sovietica, dove il regime di Stalin manda a morire, salvo quei pochi che riusciranno a sopravvivere, i numerosi dissidenti.
Oggi, nel 2026, è ancora il gelo arma di morte. Non sono i militari l’obiettivo, i nemici che qualunque esercito in guerra cerca di annientare, ma la popolazione civile. Donne bambini e vecchi, rimasti in casa mentre gli uomini sono al fronte. Con l’arrivo dell’inverno, infatti, è partita in Ucraina una campagna di distruzione delle infrastrutture energetiche: gli attacchi si fanno sempre più numerosi e più precisi. Così elettricità acqua e riscaldamento sono fuori uso. Con temperature che superano anche i 20 gradi sottozero. Riusciamo noi a immaginare cosa possa significare vivere con questo freddo senza elettricità acqua e riscaldamento? Così, oltre ai missili e ai droni con il loro potenziale di morte, anche il freddo diventa un’arma. E la storia si ripete. Negli anni 1932-33 Stalin programma e concretizza una grande carestia. E fa morire per fame milioni di ucraini. Holomodor, nella loro lingua.
Non è la fame stavolta. È il freddo. Stalin o Putin, nulla cambia. L’ottusità del pensiero è la stessa. Criminalità e disumanità pure. Di nuovo c’è solo la tecnologia. I carrarmati e le bombe del Novecento sono ora potenziati con missili e droni, assai più efficienti, ed efficaci, nel portare morte e distruzione. Perfezionata anche la strategia: Isis e il terrorismo insegnano. Prima i missili attaccano le strutture, poi, quando giungono sul posto tecnici e soccorritori, arrivano i droni. Ed è strage.
Da quattro anni, 24 febbraio 2022, l’Ucraina è sotto l’aggressione di Putin. Sostenuto e soccorso ora dal suo nuovo e inaspettato alleato, Trump. Che, preoccupato solo di sé stesso, da un anno gioca al gatto e al topo con il popolo ucraino. Complice un’Europa, noi, ancora senza voce. I forti fanno ciò che possono fare, spiegavano gli ateniesi, duemila400 anni fa, agli abitanti dell’isola di Mêlos che avevano conquistato, e i deboli subiscono ciò che devono subire.[2]
E il popolo russo? Con una passività sconcertante non muove un dito e continua a subire d’essere mandato al macello: in quattro anni più d’un milione di vittime tra morti e feriti. Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato, e non potrebbe far male ad alcuno, se non nel caso che si preferisca sopportarlo anziché contraddirlo.[3] Lapalissiano, diremmo. Parole di cinquecento anni fa. Eppure così siamo, anche nel XXI secolo. Non solo. Riflettevamo la settimana scorsa come perfino noi, che (ancora) non dobbiamo sottostare al tiranno, ci stiamo allontanando dalla democrazia, e orientiamo il nostro sguardo verso regimi forti. Illudendoci, così, che l’uomo forte al comando risolva tutti i problemi. Tanto ci costa, infatti, il prenderci la responsabilità della partecipazione.
Una cosa però dimentichiamo: l’uomo forte al comando mai lavorerà per la pace. Lui lavora per sé stesso. Per il proprio successo. Tutto e tutti gli servono per alimentare il suo narcisismo. Esempio strabiliante, questi giorni: Trump scrive al premier norvegese lamentando che la sua nazione non gli ha assegnato il Nobel per la pace! Quasi non sapesse che il Comitato per il Nobel e il governo sono due cose ben distinte e autonome in Norvegia. Ma non si ferma lì. Aggiunge: I no longer feel an obligation to think purely of peace (io non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace). Il presidente della nazione più potente al mondo fa i capricci come un bambino. E confessa, senza rendersene conto, che la pace è l’ultimo dei suoi interessi. Così è l’uomo/donna forte al comando.
Una cosa, però, può fare. Possono fare. Fermare la guerra. Da Putin, Trump, Xi e i nostri, proni alle loro corti, questo lo pretendiamo.
Costruire la pace poi è altra cosa. È il lavoro più difficile che ci aspetta. E ci coinvolge tutti, ciascuno nel suo spazio di vita. Una cosa è fondamentale. Convertire il nostro pensiero: passare da una logica di forza, di potere e di sopraffazione ad una di solidarietà. Di fratellanza. Consapevoli che siamo tutti figli della medesima umanità. Così possiamo trovare la forza di sedere allo stesso tavolo con il nemico. Anche se ti ha ammazzato il figlio o il fratello.
Per questo, credo, per l’impegno straordinario che richiede, il Maestro di Nazareth chiama coloro che lavorano per costruire la pace figli di Dio.[4] Cioè custodi della Vita.
[1] V. T. Šalamov, I racconti della Kolyma, 1992
[2] Tucidide, Storie, V sec. a.C.
[3] Étienne de La Boétie, Contr’Un, 1576
[4] Matteo 5,9
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Per approfondire: La logica di Stalin 2025, Giovani pro Putin? 2024, Tra parola e azione 2024, Give peace a chance 2022, Chi ferma la guerra? 2022, Venti di bullismo 2022
