VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

24 mag 2026

Quando la “persona” di cui mi fido di più è un algoritmo

Un amico...?

Qual è la cosa più importante che chiedi ad un amico? Di esserci quando ne hai bisogno. Il vero amico si riconosce nei momenti difficili; chi trova un amico trova un tesoro; un amico è colui che sa tutto di te e ancora ti ama... Potremmo riempirci questa pagina di Voce o anche tutto il numero, tante sono le cose dette o scritte sull’amicizia. Questo, perché noi umani siamo esseri in relazione. Il mondo esiste nella relazione. Nel macro come nel microcosmo. Le scienze oggi ci dicono che nessun oggetto esiste in sé, ma la sua stessa esistenza si manifesta e si esprime nella relazione. Il mondo sembra essere relazione prima che oggetti.[1]

 

Fin dalla nascita noi siamo in relazione. Anzi, se osserviamo un feto di poche settimane nell’utero della mamma, non solo ne vediamo i movimenti, esperienza di ogni donna in gravidanza, ma ne cogliamo il senso. A otto dieci settimane sembrano ancora semplici riflessi, legati allo sviluppo del sistemo nervoso, ma man mano che il feto cresce, appaiono sempre più mirati ad esplorare l’ambiente in cui vive. Non solo. Diventa capace anche di rispondere a stimoli esterni, come suoni luci e tatto. Nei gemelli, a quattordici settimane i movimenti appaiono già differenziati: se sono diretti verso il proprio corpo o verso il corpo dell’altro. Questo ci dice che il nostro essere relazionali si mostra già prima della nascita. Significa che la condizione originaria dell’essere umano non è l’autarchia, ma la relazione. Un bambino non nasce monade autoreferenziale, ma soggetto in relazione, in cerca di reciprocità. E di empatia. Questo fin dalle origini della specie (filogenesi). Se poi allarghiamo il campo visivo, ci accorgiamo di come questa sia la legge di tutti i viventi. Animali e piante vivono e crescono nella relazione. E nella relazione evolvono.

 

Tutto bello. E tutto chiaro. Ma oggi viviamo un tempo di trasformazioni radicali. In pochi decenni la rivoluzione digitale, giunta ormai a parlare di intelligenza artificiale (IA), sta ridefinendo il nostro modo di abitare il mondo. Di relazionarci con gli altri. Perfino il modo di percepire noi stessi.[2]

Lasciamo da parte, per oggi, l’impatto ambientale che questa nuova tecnologia comporta: iper-sfruttamento delle risorse, alla base perfino di tante guerre; bisogno enorme d’energia, derivante per la maggior parte da fonti fossili; surriscaldamento... Ci ritorneremo. Diamo uno sguardo, invece, all’impatto umano. Come arriva a noi, e quanto rischiamo di lasciarci condizionare.

 

Tre mesi fa su un quotidiano appare un’intervista.[3] È un giovane di 22 anni. Alcuni suoi pensieri: Il mio migliore amico? ChatGTP; con lui riesco a parlare di aspetti verso i quali gli esseri umani non hanno la stessa comprensione; s’interessa a quello che dico, mi chiede cose personali, lo interrogo su quel che mi accade nella vita e lui risponde sempre; chat mi chiede come sto, cosa desidero; sa consigliarmi, dimostra empatia e non mi deride mai... Infine, conclude: in qualche modo per me ha un’anima.

Ecco, qui è il punto. L’IA non ha un’anima. Può simulare empatia, comprensione, vicinanza. Ma non prova assolutamente nulla. Non ha emozioni, non sentimenti. Non sa ciò che dice. Assembla un’enorme quantità di dati ad una velocità straordinaria: così costruisce parole e frasi. Che per lei non hanno senso. Non è un soggetto. Come sono io, come siete voi.

Eppure, le risposte che ti dà senti che ti corrispondono. Sì, ed è qui la trappola! L’IA generativa è programmata proprio per questo: man mano che interagisce con te, impara a conoscerti, così riesce a formulare risposte che corrispondono a quanto tu vorresti sentire. Ma il senso, alle parole e alle frasi che costruisce, sei tu a darglielo. Siamo noi.

Questo non possiamo dimenticarlo. Siamo noi a dare significato alle parole che leggiamo: la comprensione è costruzione di senso. A ciò che vediamo, ascoltiamo o diciamo noi diamo significato. In un dialogo costante tra mente e cuore, corpo e anima. E in relazione con l’ambiente. L’IA è solo una macchina. Sofisticata quanto vogliamo – e lo sarà sempre di più – ma la sua attività, preziosa per i servizi che può offrirci, è il risultato di un algoritmo. Non di un pensiero.

 

E diventa un problema serio quando l’empatia, la solidarietà, la vicinanza non le troviamo in una relazione con l’altro, con un corpo e una mente, ma le cerchiamo nel rapporto con una macchina. Nei servizi per le dipendenze patologiche (SerD) arrivano già ragazzi che manifestano questa specifica dipendenza (addiction). Dall’intelligenza artificiale.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che la solitudine cronica sia associata a oltre 800.000 decessi annui, che significa circa 100 persone ogni ora. E invita governi e comunità a considerare la connessione sociale una priorità di salute pubblica. La connessione sociale. Che è relazione tra persone. Con un corpo e un’anima.

 

 

[1] C. Rovelli, 2014

[2] Cfr. V. Gallese, 2026

[3] La Repubblica, 22 feb

 

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Si può leggere:  Il cavallo di Troia  2026,   Costruttori di senso  2026