VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

26 apr 2026

Tecnologia e biologia: velocità incompatibili?

Il cavallo di Troia (1)

Quante volte avremo sentito, o ci saremo anche detti, chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Tanto saggio infatti è questo proverbio, quanto inascoltato. Vista la facilità con cui sorvoliamo le tante questioni che la vita ci mette davanti, salvo poi pentirci per non aver letto i segnali che pure ci giungevano. Ma questo pare che sia, da tempi primordiali, il modo di affrontare la vita di noi sapiens.

A questo pensiero, credo, si richiama Cicerone quando in una lettera ai familiari scrive sero sapiunt Phryges, tardi rinsaviscono i Troiani. Solo dopo dieci anni di guerra, infatti, che finirà poi con la sua devastazione, Troia decide di restituire a Menelao, re di Sparta, la bellissima Elena, sua moglie che, innamorata persa, era fuggita con Paride, principe di Troia. Come tardi, secondo Omero, s’accorgono dell’inganno del cavallo che i greci, fingendo d’essersene andati, avevano lasciato fuori dalle mura quale dono votivo. I troiani lo portano dentro ma di notte i soldati che lì s’erano rinchiusi escono e, aprendo le porte della città, fanno entrare i loro compagni che mettono a ferro e fuoco l’intera Troia. Perfino tra gli abitanti dell’Olimpo accanto a Prometeo, colui che sa prevedere (pro prima, manthànō imparare riflettere), teatro e filosofia collocano suo fratello, Epimeteo (epì dopo), colui che comprende dopo. Colui che s’accorge solo quando il danno è stato fatto.

 

Tutto questo, oltre che per dire al mio amico Fabio che concordo con lui sulla ricchezza e sapienza dei miti, ma, aggiungo, è necessario che la lettura che ne facciamo non sia statica e rigida, ma dinamica e aperta al presente... è per dirci della necessità di aprire gli occhi di fronte alla novità che, improvvisamente, ha invaso le nostre vite. Ed è diventata una protesi che s’è incollata addosso a tutti noi.

Di cosa parlo? Dello smartphone. E, accanto, dei social. Ha solo vent’anni lo smartphone, il primo iPhone è del 2007; da una decina d’anni ormai usavamo il telefonino. Come pure appena vent’anni fa appare il primo social che avrà diffusione di massa: Facebook nasce in America nel 2004 e tre quattro anni dopo arriva anche da noi.

Così poco tempo è stato sufficiente a questa tecnologia per invadere e condizionare le nostre abitudini di vita. Al punto che, oggi che apriamo gli occhi e vi poniamo l’attenzione, già dobbiamo riconoscere che la parola dipendenza è spesso la parola giusta per descrivere la relazione che ne abbiamo. Questo perché tecnologia e biologia viaggiano su velocità incompatibili. Mentre l’evoluzione della biologia, l’evoluzione della specie, si misura in milioni di anni, la velocità con cui s’evolve la tecnologia si misura in nanosecondi. Velocità che si fa sempre più rapida, oggi, con l’ingresso della cosiddetta intelligenza artificiale.

 

Grande cosa tutto questo. Il progresso è sempre positivo e arricchente. Ma il punto è che questa distonia tra il tempo biologico e il tempo tecnologico ci fa trovare del tutto impreparati. Per questo abbiamo bisogno di fermarci. Non per rallentare o bloccare l’evoluzione tecnologica, ma per guardare la relazione che abbiamo con questi strumenti. Come interagiamo, che uso ne facciamo, quanta energia (tempo e attenzione) vi dedichiamo. O, forse meglio, quanta energia ci lasciamo catturare.

E questa domanda è tanto più urgente quanto più bassa è l’età cronologica di chi ne fa uso. Il cinquantenne di oggi ha avuto l’impatto con questa realtà in età adulta, quando già le sue strutture mentali, affettive e cognitive, avevano una sufficiente stabilità. Il bambino che a nemmeno due anni vi entra in contatto è completamente disarmato di fronte all’impatto con uno smartphone, e tutto quanto questo comporta.

Nessuna meraviglia, infatti, che parole come YouTube, TikTok, Snapchat o Instagram siano parte integrante del vocabolario dei nostri ragazzi. E non solo del vocabolario. Sono realtà che ne catturano gran parte del tempo e dell’attenzione. Fino a diventarne una prigione. Parliamo di dipendenza, infatti. Il nostro cervello giunge a maturazione intorno ai vent’anni. Sulla corteccia prefrontale, quell’area che supporta la nostra capacità di analisi consapevole di atteggiamenti e comportamenti, è solo a quest’età che ci possiamo contare appieno.

 

Eravamo partiti ripensando al cavallo di Troia. Oltre il 77% degli adolescenti (quasi otto su dieci), con tutte le sfumature che vanno dal totale al lieve, si sente dipendente. L’80% tra i minori di 12 anni sta ormai regolarmente online. Ma, senza affogarci adesso nei numeri, credo sia esperienza di tutti vedere giovani coppie con bambini anche molto piccoli che, al ristorante o in pizzeria con gli amici, piazzano davanti ai figli i loro dispositivi, smartphone o tablet, così... non rompono. Sono rimasti davvero pochi quei genitori saggi che in pizzeria con un bambino portano carta e colori perché questi possa sbizzarrirsi scrivendo o disegnando.

È salute questa? No. È intossicazione.

Non sarà che, come i troiani, anche noi abbiamo fatto entrare il cavallo, bellissima costruzione, senza sapere cosa avesse nella sua pancia?

 

(2. Per non farli scappare tutti)