VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

14 giu 2026

Una grande capacità. Ma può anche creare fraintendimenti

Costruttori di senso

Non ne siamo sempre consapevoli, ma siamo noi a dare senso a quanto vediamo o ascoltiamo, da qualunque parte esso ci giunga. Due settimane fa, riflettendo su come ci rapportiamo con la cosiddetta intelligenza artificiale (IA) ci dicevamo dell’operazione che automaticamente facciamo: mentre leggiamo o ascoltiamo quanto ci arriva dallo schermo d’un computer, noi gli diamo significato. Le risposte alle nostre domande, le osservazioni che fa, le domande che la macchina ci propone, tutto l’eventuale dialogo che insieme costruiamo... tutto acquista senso perché siamo noi a darglielo.

 

Tante sono le questioni aperte di fronte all’IA. E non possiamo permetterci di trascurarne nessuna. Solo che la nostra mente ha bisogno, per poterle affrontare, di porre l’attenzione di volta in volta su aspetti particolari. Così funzioniamo. Come se il nostro pensiero avesse, da una parte un grand’angolo che ci fa cogliere l’insieme d’una questione, poi però deve prendere un teleobiettivo che permetta di focalizzare l’attenzione su un particolare. E il particolare che guardiamo oggi è questo: il processo di attribuzione di significato.

Per la macchina quanto dice o scrive non ha significato alcuno. Per lei dire sei meravigliosa, sei la più bella e la più affascinante, o dire sei uno sgorbio, fai schifo, buttati dalla finestra non fa differenza. Non ha alcun senso. Dire ti amo o dire ti odio è perfettamente la stessa cosa. Anzi, è niente. Ma se è un innamorato a parlare o il bullo di turno che sfotte una compagna di classe, è ben altra cosa. Perché ciò che dice una persona nasce dal pensiero. Una macchina invece non sa ciò che dice. Perché non ha pensiero.

 

Guardiamo due aree, a mo’ d’esempio: la psicologia e la religione.

 

Non è la prima volta che sento, giovani soprattutto, ma anche adulti, che sostengono di fare psicoterapia con l’IA. Le sue risposte sono molto pertinenti e utili, dicono. Anche meglio di quelle di tanti psicologi! Nessun dubbio circa la pertinenza e l’adeguatezza delle risposte – ovviamente dipende dalle informazioni di cui la macchina dispone e con le quali può elaborare domande e risposte. Ma il punto critico è un altro: la relazione. Con una macchina non c’è relazione. Come dicevamo due settimane fa, il computer non soddisfa quello ch’è un nostro desiderio profondo: l’incontro.

Due anni fa ragionammo dell’esperimento che avevano fatto in una chiesa svizzera.[1] In un confessionale hanno posto un computer con un’immagine di Gesù sullo schermo. Tanta meraviglia per l’adeguatezza delle risposte che questo Gesù-avatar sapeva dare a chiunque si rivolgesse a lui ponendogli domande o portandogli i propri interrogativi esistenziali. E anche qui, sul piano dei contenuti, l’IA s’era mostrata all’altezza delle aspettative, o anche migliore di tante guide spirituali. Ma dov’è la relazione d’Amore in cui c’invita ad entrare il Gesù del Vangelo? È di questi giorni la notizia che a Seul, nel tempio di Jogyesa, Gabi, un robot umanoide, ha ricevuto l’ordinazione a monaco: ora recita sutra e interagisce con i fedeli.[2]

Sono queste considerazioni che mi fanno continuare a dire cosiddetta, quando parlo di IA. Perché artificiale va benissimo, ma intelligenza non è corretto, perché intelligenza è creazione di significati. E nessun computer può, né potrà mai, fare questo. Perché non ha interiorità. Non ha coscienza. Non ha pensiero.

 

Usciamo adesso dall’IA. E guardiamo questa nostra capacità di creare significati. Perché ce la giochiamo anche nelle relazioni tra di noi. Nel bene e nel male. Quando una persona ci parla, noi interpretiamo ciò che dice, e gli attribuiamo un significato. Con il rischio che mentre l’altro dice una cosa, noi ne percepiamo un’altra. E non ci capiamo. Non vi è mai successo di dover dire ma io non volevo dire questo! magari a chi s’offende di fronte a qualcosa che avete detto? Un grande filosofo del Duecento, Tommaso D’Aquino, scriveva quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur.[3] Che significa: ogni messaggio, per quanto chiaro e preciso, viene compreso, distorto o valorizzato, a seconda dell’apertura mentale, dell’esperienza e dello stato emotivo di colui che ascolta. Con il rischio di fraintendere e attribuire all’altro cose che l’altro non aveva intenzione di dire.

Con un computer, anche se fraintendiamo ciò che dice o scrive, niente di grave. Non si offende. Non si gira dall’altra parte. Nei rapporti tra persone, invece, attribuire un significato sbagliato a quanto ci diciamo può avere conseguenze serie. Anche molto serie. L’altro può offendersi, accusarci ingiustamente, perfino interrompere la relazione. Con il rischio di non riuscire più neppure a parlarci. Ad ascoltarci. E la costruzione di significato diventa fraintendimento.

 

Come fare per non caderci? Semplice: impariamo ad... ascoltare! Che, sembra, è la cosa più difficile al mondo.

 

 

[1] Gesù... artificiale (Vol. 8 pag. 301)

[2] Corriere, 2 giugno

[3] Summa Theologiae I, 75, 5

 

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Per approfondire:  Un amico...?  2026,   Gesù... artificiale  2026 (Vol. 8 pag. 301)