VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

13 feb 2022

Il ministero ha riattivato le prove scritte alla maturità

Cari studenti...

Condivido tante vostre richieste. Ma non tutte. Volete attenzione vera all’alternanza scuola lavoro. E avete ragione: deve avere un senso. Superare lo scollamento tra le attività scolastiche e il mondo della produzione. Per non parlare della sicurezza: il dramma di Lorenzo docet.

Chiedete cura per l’edilizia scolastica. Chi può darvi torto? Il superamento delle classi pollaio. Assurde in tempo di pandemia. Ma altrettanto inaccettabili in tempi di normalità. Ventisette ragazzi chiusi in una classe. Mi viene il panico quando ripenso ai pochi anni in cui ho insegnato nella secondaria.

 

Dov’è che non vi seguo? Non vi seguo nella contestazione alla reintroduzione delle prove scritte alla maturità. Lo so che è una malattia endemica tra gli studenti, n’ero affetto anch’io allora: la sindrome da ricerca di esami facili. Ma è una brutta malattia, perché da essa consegue ignoranza, incompetenza, incapacità. Fallimenti. La vita è una maestra che non fa sconti.

Non volete le prove scritte all’esame di giugno in nome della Dad che avete subìto in questi due anni di covid. Adesso vi è difficile comprenderlo, ma sarebbe un ulteriore danno. Per voi. Per la vostra formazione.

 

Due considerazioni al riguardo.

La prima. Contingente. I vostri insegnanti sanno bene cos’è e cos’è stata la Dad: anch’essi ci si son dovuti misurare. Anch’essi l’hanno subita e ne hanno sperimentato il peso e i limiti. Questo per dirvi che saranno i primi, nella valutazione, a tenerne conto. È stata una fatica condivisa.

Ma il punto sul quale vorrei confrontarmi con voi è un altro. L’importanza dello scrivere. Che significa l’importanza del saper esprimere il proprio pensiero e le proprie conoscenze anche scrivendo. Perché scrivere richiede al pensiero di coniugarsi con la riflessione. Quando parliamo andiamo spesso di corsa, con il rischio di non accorgerci di possibili incoerenze, superficialità e contraddizioni. Scrivere significa riconoscere dignità al nostro pensiero. Non solo dargli la parola. Ma cercare quella giusta, quella che gli permette di uscire in tutta la sua ricchezza. Nella sua pienezza.

 

Certo, prima di tutto bisogna averlo un pensiero. Se la scuola non insegna a trovarlo, a costruirlo, la scuola ha fallito. E uscendo siamo destinati a subire il pensiero altrui. Guardate il mondo della politica: uno parla, gli altri seguono. Pecorite cronica! Dov’è oggi la partecipazione alla vita sociale? Dov’è il luogo per discutere le linee di un partito, per costruirle? Dove lo spazio per confrontarvi/confrontarci di fronte alle problematiche del tempo che stiamo vivendo? Pensate al ddl Zan, per esempio, o al fine vita, giusto per restare nell’attualità stretta.

 

E il passaggio successivo è saperlo esprimere quel pensiero che abita la nostra mente. Ricordate la lettera che il prof di Ravanusa scrive ai suoi studenti quando se ne va in pensione? Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Usare le parole. Ma per usarle bisogna possederle. Poi imparare ad usarle. Continua: Non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare, non state tutto il santo giorno incollati a cazzeggiare con l’iphone. Vi dice qualcosa?

Provate e rileggere i messaggi che vi scambiate col cellulare. Cinque parole, dieci quando va bene. Con una grammatica e una sintassi da età della pietra. I miei okki sbarrati sul vuoto. Ke ci sto a fare kosi? A ke kosa servo? Rimarrò kiusa nella mia stanza, xké è solo quì che i sogni si avverano... giusto per fare kualkosa. Eccetera.

Ragazze, ragazzi, se uscite dalla scuola senza saper scrivere, poi non ve l’insegna più nessuno. Neanche l’università. Non chiedete facilitazioni. Chiedete piuttosto ai vostri insegnanti di utilizzare bene questi quattro mesi che avete davanti. Per allenarvi. Per ritrovare, recuperare, ricostruire la capacità di riconoscere al vostro pensiero la dignità di trovare le parole giuste. Nel parlare e nello scrivere. Perché sia ascoltato. E accolto.

Di energia ne avete. Ai miei diciotto anni la maturità prevedeva tre giornate per gli scritti (italiano, latino e greco) e due per gli orali (una per le materie scientifiche e una per le letterarie). Una chicca personale: dato che avevo frequentato i tre anni di liceo in una scuola non parificata, alla maturità ho dovuto presentarmi con tutto il programma di tutte le materie di tutti i tre anni. E non sono morto!

 

Vi saluto ancora con le parole del prof Carmina: non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita. Non adattatevi. Impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente. Ricordate Steve Jobs? Stay hungry, stay foolish.

In bocca al lupo!

 

Chi volesse rispondermi, è non solo benvenuto. Graditissimo!