VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

9 dic 2012

I diritti dei bambini e i diritti degli adulti

Un bambino ha diritto ad avere un padre e una madre (2)

C’eravamo lasciati, la settimana scorsa, dicendo che un bambino ha diritto ad avere due genitori.

Questo comporta che nel momento in cui due adulti decidono di mettere al mondo un figlio, essi si assumono una responsabilità e un impegno: essere i suoi genitori. E si assumono un dovere: garantirgli che se ne prenderanno cura, che gli assicureranno quella presenza e quell’attenzione di cui lui avrà bisogno per crescere in un modo ‘sufficientemente sano’.

Ci dicevamo che noi adulti non abbiamo il diritto ad avere dei figli. Possiamo averne il desiderio, e questo è una cosa sana e assolutamente buona. Possiamo anche sentirne il bisogno, come se senza figli la nostra vita non avesse senso (e questo rischia di essere un po’ meno buono e meno sano, anche per noi). Ma questo non significa che ne abbiamo il diritto. Tra un adulto e un bambino, il soggetto di diritti è il bambino. È sempre così: quando s’incontrano due soggetti, è il bisogno del più debole che diventa diritto.

 

Ora facciamo un passo avanti. Il diritto ad avere due genitori si traduce nel diritto ad avere un padre e una madre. E padre può esserlo soltanto un uomo, così come madre può esserlo solo una donna. È nella natura delle cose.

Può una coppia di due uomini, o una coppia di due donne, assicurare ad un figlio la presenza di un padre e di una madre? Io credo di no.

 

Facciamo bene attenzione. Non sto dicendo che una coppia omosessuale (omoaffettiva) non è in grado di amare un figlio e di prendersene cura. Da questo punto di vista non c’è nessuna differenza, a priori, tra omosessuali ed etero. La capacità di amare e di prendersi cura nasce dal cuore, non dall’orientamento affettivo-sessuale. Questo è indiscutibile. Per questo dico: non facciamo confusione!

 

Il punto è un altro. Dobbiamo ragionare mettendo al centro della nostra attenzione il bambino. Un bambino, per una crescita ‘sufficientemente sana’, ha bisogno di misurarsi con il maschile e con il femminile. È quest’incontro che gli permette di costruire e di cogliere la sua identità di genere: il suo essere e il suo riconoscersi bambino o bambina, maschio o femmina.

 

Mi direte: ma allora quei figli che crescono senza un genitore perché uno dei due se n’è andato da casa, o ha una grave malattia, o addirittura muore? Certo, in questi casi la vita di un figlio non è facile. E il genitore che resta dovrà mettercela proprio tutta per rispondere adeguatamente alla sua crescita. Potrà trovare un aiuto in un nuovo partner, in uno zio o una zia, un nonno o una nonna. In qualcuno, cioè, che possa ‘supplire’ alla mancanza del genitore che non c’è più.

Ma non possiamo, in partenza, mettere un bambino in una condizione di vita che non è ‘naturale’ per lui. Non possiamo privarlo di una condizione per lui necessaria: il suo mondo interno ha bisogno di confrontarsi, giorno dopo giorno, sia con il maschile sia con il femminile.

Se, per esempio, una donna volesse ‘di proposito’ mettere al mondo un figlio e altrettanto di proposito non volesse vicino a sé un compagno che si assuma l’impegno di essergli padre, questa donna farebbe una cosa non solo sbagliata per suo figlio, farebbe una cosa per lui ‘dannosa’.

 

So che non tutti sarete d’accordo con questi miei pensieri. Scrivetemi. Magari le vostre riflessioni aiuteranno anche me a vedere qualcosa che potrebbe sfuggirmi. Così come, credo, le mie considerazioni possono stimolare voi in un confronto aperto e sincero.

 

Prima di lasciarci, però, voglio sottolineare che questo discorso non può essere confuso con quanto ci dicevamo già a luglio.

Da una parte il non diritto ad avere figli vale per tutti. Uomini e donne, omo-affetivi ed etero-affettivi (= omosessuali ed eterosessuali). Ma questo punto riguarda i figli. Il rispetto e la tutela di un loro diritto fondamentale: avere una madre e un padre.

Accanto a questo, però, dobbiamo dirci che, invece, il diritto a vivere una vita di coppia con la persona che si ama e con cui si condivide un progetto di vita, e il vedersi riconosciuti dalla società civile nella dimensione di coppia, appartiene proprio a tutti. Indipendentemente dall’orientamento affettivo e sessuale di una persona. È questo un diritto che ci riconosce la nostra umanità quando ci fa sentire, a tutti, il desiderio e il bisogno di incontrare un altro essere umano con cui condividere e costruire il nostro progetto di vita.

(2. fine)