VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

24 gen 2010

Il settimo giorno

Usciti dalle feste, molti di noi si sono ritrovati piuttosto malconci. Strano, no? Un sospiro di sollievo perché finalmente le feste sono finite…

Eppure l’umanità deve aver inventato le feste per avere un po’ di riposo dai giorni di lavoro, dagli impegni obbligati. Il bisogno di fermarsi, per respirare, deve essere stato sempre tanto forte.

Così forte che quando, all’alba del tempo, noi uomini abbiamo sentito il bisogno di dare un volto all’idea di Dio, e ci siamo fermati a pensarlo come Creatore del mondo, abbiamo ritrovato anche in lui il bisogno di fermarsi. Il bisogno di cambiare il ritmo del cuore, accelerato dalla fatica, e il bisogno di respirare, in pace, per godersi la bellezza del creato.

Guardandolo così, ce lo siamo sentito più vicino. Più uno-di-noi. Simile a noi.

 

Il mito della creazione del mondo, come ce lo racconta la Bibbia, parla di un Creatore che dopo sei giorni di ‘lavoro’ - tanti ne aveva impiegati per creare l’universo -, il settimo si ferma. Non solo. Ci insegna a fermarci.

Nell’antica tradizione ebraica il settimo giorno è il giorno del riposo. Più precisamente, il giorno in cui cessa il lavoro. La parola ebraica shabbàt (da cui viene la parola sabato) significa cessare. Cioè fermare il tempo del lavoro. Quindi riposare. La motivazione è così alta che non ci possono essere eccezioni a questa norma. Come Dio, nel creare il mondo, ha cessato il suo lavoro nel settimo giorno, così è per le sue creature, gli uomini: il settimo giorno devono cessare il loro lavoro.

 

Ma è soltanto perché dopo sei giorni di lavoro siamo stanchi e sfiniti che abbiamo bisogno di fermarci? Certo, questo sarebbe già un buon motivo. Ma non basta.

Sempre nel mito della creazione, la Bibbia ci dice che “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli, creando, aveva fatto” (Genesi 2,3). Il settimo giorno, il giorno del riposo, ha inizio dunque agli inizi del tempo.

 

Non può bastare la stanchezza, dicevo, a giustificare il bisogno del riposo.

 

Quando, nell’estate dello scorso anno, abbiamo iniziato questi nostri incontri settimanali, nel nostro VIAGGIO INTORNO ALL’UOMO ci dicevamo di come l’essere umano non possa essere visto in una sola dimensione. Fin da allora parlammo di una dimensione fisica (il corpo), di una dimensione psicologica (la mente) e di una dimensione spirituale (l’anima). Tanto, ci dicevamo, ci chiede il tentativo di studiare la complessità dell’essere umano.

 

Alla luce di tanta complessità, proviamo a vedere se possiamo riscoprire un senso nuovo nel vivere i giorni del riposo, i giorni della festa. Nei giorni del lavoro il corpo e la mente sono occupati nel produrre. Produrre cose, oggetti, studi. Produrre ricchezza, attraverso la trasformazione della materia. Cessare il lavoro significa permettere alla dimensione fisica e psicologica di fermarsi, di cessare nell’opera di trasformazione della materia. E significa dare respiro alla dimensione spirituale. All’anima.

 

Non pensiamo che la parola anima, come la parola spirituale, riguardi solo i credenti. Coloro, cioè, che si riconoscono in una religione. La dimensione spirituale appartiene all’uomo, credente o non credente. Coltivare la dimensione spirituale, far respirare la propria anima, significa concedersi un tempo di quiete, un momento di silenzio in cui possiamo stare con noi stessi, ascoltare i nostri pensieri. Provare ad aprire la nostra mente al senso della vita. Al senso di ciò che facciamo, al significato che proviamo a dare alle nostre giornate di lavoro, alle nostre relazioni sociali, agli affetti del cuore.

Il settimo giorno è benedetto da Dio, ci dice il mito biblico. Benedetto significa bene-detto: che è un giorno di bene, un giorno buono. Buono per noi.

 

Il credente (un cristiano, un musulmano, un buddista, ecc.) troverà un tempo per la preghiera, per un dialogo con sé stesso e con il ‘suo’ Dio - che, poi, è il Dio di tutti. (A volte penso a quanti sorrisi il Buon Dio deve farsi, guardando a tutte queste religioni che noi uomini abbiamo costruito, dimenticando che in realtà siamo tutti in comunione con Lui, anche se lo chiamiamo con nomi diversi…). Nella preghiera il credente dà respiro alla sua anima.

Chi non si riconosce in una religione, e non usa la parola preghiera, sente comunque il bisogno di ascoltarsi, di fermarsi a dialogare con la parte più profonda di sé. La parte più vera. Perché la ricerca del senso nella vita è la strada maestra che ogni essere umano, che vuol vivere in pienezza i suoi giorni sulla terra, sente di dover percorrere.

 

Possiamo salutarci, allora, con una domanda: com’è stata la nostra anima nei giorni di festa? Quanto tempo ci siamo potuti dedicare? Un po’ di tempo per noi stessi, cioè per i nostri pensieri, per il nostro cuore. O sono state ancora le cose (da fare, da comprare, da regalare…) i padroni del nostro tempo?

Dialogare con i nostri pensieri, ascoltare il nostro cuore non è un lusso: è proprio una necessità. E’ questo il senso del riposo, il senso della festa.

Per questo il settimo giorno è un tempo bene-detto. Ed è per questo che ritorna… ogni sette giorni!

 

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