Ogni anno l’8 marzo mi ripropone la stessa domanda: quale sia il senso di una giornata dedicata alla donna. Come fosse un tema o un problema particolare. Disabilità, infanzia, vecchiaia, una malattia rara. La crisi climatica. La pace. Ma la donna!? Cos’è, noi uomini siamo il mondo, la realtà, e la donna altro da noi? Ma non siamo, donne e uomini, insieme, il genere umano? O il genere umano siamo noi maschi, e la donna una specie necessaria giusto per la sua sopravvivenza? Una specie... da proteggere con cura.
Lasciamo aperta la domanda per ora, mi son detto, e proviamo a cogliere come gli occhi di noi uomini (maschi) guardano questo altro da noi. Domenica scorsa riflettevamo sull’uso e abuso che il mondo della politica fa del nome di Dio. Dio, Padre, Madre, Allah, Yahweh o in qualunque altro modo lo vogliamo chiamare. Ho ripreso in mano la Bibbia, allora, il testo sacro più vicino alla nostra cultura. E vi ho guardato tre figure di donna. Molto significative per il valore che attribuiamo a ciascuna di esse. Modello nei nostri schemi mentali. Eva, la peccatrice. Maria di Nazareth, la santa. Maria di Magdala, l’appassionata. Perché proprio queste? Perché è dentro questi tre modelli, a mio parere, che il pensiero maschile – meglio, maschilista – continua a rinchiudere la donna.
Eva, la peccatrice. Essendo la prima, lei è la donna. Siamo nel mito, oltre lo spazio e il tempo.[1] Le conoscenze che oggi abbiamo sulla nostra specie non suffragano più l’esistenza di una coppia, Eva e Adamo, come progenitori. Questo mito, tuttavia, è così radicato nella cultura, che molti ancora leggono questa pagina come fosse una pagina di storia. E questa lettura continua a segnare il pensiero. È nel nostro bagaglio culturale il peccato originale. Ed è un pensiero che permane, nonostante l’ovvia infondatezza storico scientifica. La nostra specie è il risultato di un lungo processo evolutivo, fatto d’intrecci e combinazioni di specie e sottospecie. Fino all’emergere, 300mila anni fa, di homo sapiens. Oggi poi, guidati dalle scienze che studiano l’uomo, siamo in grado di leggere in questo mito significati diversi e più profondi.[2] In esso troviamo rappresentato quel processo di crescita che ciascuno di noi percorre dall’infanzia all’età adulta, fino alla morte.
Ma la lettura che ne ha fatto S. Paolo duemila anni fa, ripresa e amplificata nel IV sec. da Agostino, ha condizionato tutta la storia successiva. Scrive Paolo: Non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione.[3] E tutta la religione cristiana, con la cultura occidentale che l’accompagna, qui si blocca. Al punto da offuscare il Vangelo. E da qui non si schioda. Un virus nel pensiero. In perfetto accordo col pensiero maschilista. Duemila anni fa in piena fioritura. In ottima salute anche oggi, a mio parere. Eva, cioè la donna, è all’origine del male.
Maria di Nazareth, la santa. Lei e Giuseppe, i genitori di Gesù. Qui usciamo dal mito e siamo nella storia. Duemila anni fa. In un villaggio della Palestina. Con questa giovane donna il pensiero maschilista fa un’altra operazione. La deruba della sua femminilità. Cioè della sua umanità. Non c’è passione d’amore per lei. Non sospiri del desiderio. Non battito del cuore nell’attesa del suo amore. Né il godimento d’un abbraccio. Neppure, madre, un concepimento e un parto, nella gioia e nella fatica, come per ogni altra donna. Donna esaltata e glorificata, Maria. Poi però, deprivata d’ogni passione che abiti un cuore di donna. Così, impoverita della sua umanità, l’abbiamo posta sugli altari.
Del resto, come si possono conciliare nella donna la peccatrice e la santa? Di qui l’operazione fatta: basta toglierle la femminilità. Cioè la sua umanità. Così Maria di Nazareth può essere grande e santa. Ma ad una condizione. Che sia una donna... non più donna.
Maria di Magdala, l’appassionata. Maddalena. La discepola prediletta. L’innamorata. A lei il Maestro dà il compito di portare agli altri discepoli il messaggio più potente che desidera lasciarci con quella che i Vangeli chiamano resurrezione: la morte non chiude le porte della vita.[4] Perché la Vita oltre-passa la morte.
Ma non può funzionare: come s’è potuto permettere Gesù una scelta così fuori dalle regole? Questo compito a una donna! Pure prostituta, qualcuno dice. Parola di donna è parola al vento. Così, forti della loro cultura patriarcale, la declassano. Troppo grossa l’aveva fatta il Maestro. Tanto grave la sua trasgressione che, appena possono, i discepoli maschi si premurano di riparare il danno che aveva combinato. Così, partito Lui, risistemano tutto. E nel dare vita, man mano, ad una nuova religione, rimettono ordine. E ricollocano sé stessi al posto giusto: il potere è maschile. E da lì noi uomini (maschi) ci siamo impadroniti anche del Dio di Gesù.
Sì, l’8 marzo è ancora necessario. Per le donne e per gli uomini. Pari dignità tra uomo e donna, nel rispetto della differenza, sembra ancora... utopia.
[1] V. Genesi 2-3
[3] 2 Cor 11,3; 1 Tim 2,14
[4] V. Giovanni 20,11-18
*
Per approfondire: Ribellione o maturità? 2025, Come uno specchio 2025, E se invece (1 e 2) 2024, Grazie, Eva 2024, Adamo ed Eva...? 2023, Panta Rei 2018, Dalla costola di Adamo... (1 e 2) 2014
