VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

25 gen 2026

27 gennaio. Giorno della Memoria

Sì, ha ancora senso

Due strade maestre conosciamo sulle vie della politica: proporre un pensiero forte, di vita, e intorno a questo costruire un’alleanza con chi condivide; oppure, molto più facile, individuare un nemico e costruirgli intorno una coalizione che gli si ponga contro. Gandhi per liberare l’India dall’impero britannico ha mobilitato il popolo e i suoi collaboratori sulla via dell’ahiṃsā, non-violenza (a non, hiṃsā nuocere, uccidere). Hitler per riscattare la Germania dall’umiliazione della Prima guerra mondiale, ha indicato negli ebrei l’origine e la causa di tutti i mali. E sappiamo come l’uno e l’altro sono andati a finire. Gandhi ha ridato libertà al popolo indiano. Poi l’hanno ammazzato: troppo grande il suo pensiero per il mondo della politica. Troppo sconvolgente. Le relazioni internazionali si fondano sulla potenza degli eserciti, non sulla forza delle idee! Hitler ha fatto gasare sei milioni di ebrei, ha provocato 80milioni di morti in sei anni di guerra, e ha ridotto la Germania ad un cumulo di macerie. Smembrata in due tronconi per oltre quarant’anni.

È il 7 maggio del ’45 quando la Germania firma la resa alle forze alleate. (L’Italia l’aveva fatto due anni prima, il 3 settembre; anche se da noi la guerra continuerà ancora: contro l’ex alleato adesso, la Germania). Appena tre mesi prima, il 27 gennaio l’armata rossa scopre il campo di Aushwitz. Ciò che il mondo per anni non aveva voluto vedere, appare in tutta la sua mostruosità: una macchina il cui unico scopo era l’annientamento di altri esseri umani solo perché appartenenti a gruppi diversi, per religione cultura tradizione, da quello al potere. Shoah abbiamo chiamato tutto questo. In ebraico significa catastrofe, annientamento, desolazione. Era già nella Bibbia questa parola: iòm shoàh umeshoàh, giorno di rovina e di sterminio, troviamo in due pagine, risalenti al VII e al V sec. a.C.[1]

Ha ancora senso, a ottant’anni di distanza, continuare a ricordare? Oggi il mondo della politica mette in mostra piccoli uomini che si ritengono padroni. Esseri superiori. Putin, Xi Jinping e ora Trump. In cima alla scala. Con sotto, altrettanto piccini, donne e uomini, che si affannano a tenersi attaccati al carro del potente. Inconsapevoli tutti, nella loro piccolezza, che se ne stanno seduti davanti a foglietti di carta rigata, segnano i colpi, contano, deducono le probabilità, fanno calcoli... e infine puntano e perdono come noi, semplici mortali, che giochiamo senza calcoli.[2]

 

Non dà bella mostra di sé questa umanità. Nonostante l’orgoglio con cui guarda le sue conquiste. Scientifiche e tecnologiche. Lo Stato d’Israele, nato proprio sulle rovine della Shoah, sembra essere il primo ad averla dimenticata. Dalla terribile aggressione del 7 ottobre ha fatto esplodere una ritorsione che ha provocato più di 70mila morti e continua a tenere la popolazione di Gaza in condizioni disumane. Senza casa acqua cibo medicinali, e priva d’ogni altra forma d’assistenza. Con i coloni che in Cisgiordania s’appropriano di sempre più territori.

Ma non è solo Israele. È l’orientamento che sembrano prendere le nazioni la cui democrazia dovrebbe essere più solida di tante altre. I paesi europei e gli Stati Uniti. Una nazione forte, un uomo/donna forte al potere, superiore ad ogni regola, sembra essere il sogno delle nuove generazioni. E accanto, il disimpegno delle maggioranze. E l’attivismo fanatico di piccoli gruppi.

 

Ho fatto un gioco. Ho chiesto alla cosiddetta intelligenza artificiale se potevo fare una domanda a Hitler: secondo te, oggi, corriamo il pericolo di una nuova Shoah? ChatGTP si rifiuta di rispondere a nome di Hitler. Però aggiunge che se voglio, può darmi qualche risposta. Accetto. Queste, alcune.

«Ci sono segnali precoci che la storia ci insegna a prendere molto sul serio. Nessuno, da solo, porta ad una tragedia come la Shoah: è la loro combinazione e normalizzazione che diventa pericolosa.» Poi ne indica qualcuno: «Disumanizzazione nel linguaggio: quando gruppi di persone vengono descritti come invasori, parassiti, nemici interni, capri espiatori permanenti (minoranze etniche o religiose, migranti, oppositori politici); Indebolimento delle istituzioni democratiche: delegittimazione sistematica di giudici e magistratura, attacchi alla stampa indipendente, concentrazione del potere esecutivo; Un segnale molto pericoloso è quando: il leader ‘non può sbagliare’, ogni critica è vista come tradimento, la fedeltà personale conta più delle leggi; Indifferenza collettiva: non mi riguarda, non è un mio problema, tanto non cambierà nulla.» E conclude: «Il pericolo non è il ritorno del passato con le stesse forme, ma la sua ricomparsa con un linguaggio nuovo e più accettabile. La domanda chiave da porsi è sempre: questa retorica rende la società più umana o più crudele? Più inclusiva o più violenta?»

Questo, una macchina. E voi che ne dite?

Sì, ha ancora senso il Giorno della Memoria.

 

[1] Sofonia 1,14; Giobbe 30,3

[2] Dostoevskij, Il vincitore

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