VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

5 apr 2026

Da quel lontano 30 d.C. verso l’esperienza della Pasqua

La fede e il dubbio (2)

(2)

 

La luce in fondo al tunnel è espressione a noi molto cara. Ci ricorda che anche i momenti più difficili prima o poi presentano una via d’uscita. Per non perderci. E, soprattutto, per non smettere di coltivare la speranza. Perfino la scienza sembra vivere un pensiero simile. Dopo averci fatto incontrare i buchi neri, che altro non sono che stelle implose, con una forza di gravità tale che non lascia uscire neppure la luce, oggi ci invita ad entrarvi. Giù, dentro, nelle regioni più interne, fin dove tempo e spazio si sciolgono. Fin dove è come rimbalzare indietro nel tempo. Fin dove nascono i buchi bianchi.[1] Sui buchi neri sappiamo abbastanza. Li abbiamo anche visti. I buchi bianchi non li ha visti ancora nessuno. Ma ci devono essere: la ricerca ci porta lì. E come facciamo a conoscere quello che non abbiamo mai visto? Con questa domanda la scienza ha bisogno di misurarsi. Conoscere ciò che non abbiamo mai visto.

 

Con qualcosa di analogo, in un viaggio ancora più complesso, ci ritroviamo quando ci poniamo davanti alla parola resurrezione. Solitamente con essa indichiamo che una persona morta ritorna a vivere. Ma nel dire questo il pensiero si ferma alla vita biologica. È questa, infatti, che conosciamo. La sola che conosciamo. Ma non la intende così il Vangelo. Due parole usa per parlarne: sono due verbi, dal significato simile. Eghèiro risvegliarsi; e anìstemi (anà in alto, ìstemi porre collocare) rialzarsi, rialzarsi in piedi, da cui la parola anàstasis, tradotta con resurrezione.

Nei Vangeli leggiamo di tre persone che, morte, ritornano in vita nell’incontro con Gesù: Lazzaro di Betania, la figlia di Giairo, il figlio della donna di Nain.[2] Ma il loro ritorno è alla vita biologica. Ri-animati, possiamo dire. Non risorti. Tutti e tre, infatti, prima o poi dovranno ri-morire. Morire di nuovo. Come tutti noi. È solo in riferimento a Gesù che il Vangelo usa la parola resurrezione.

Ma cosa significa? Per noi rianimazione è comprensibile. Il corpo riprende le sue funzioni vitali: cuore, polmoni, cervello e tutti gli altri organi. Ma è questo la resurrezione di Gesù? No. Non è il suo corpo che riprende le funzioni vitali. La vita biologica (bìos) di Gesù con la morte termina. Come per noi. Ora lui è in una dimensione altra. Quella che il Vangelo chiama Vita dell’Eterno (zoè aiònion). Ma noi non la conosciamo. Perché noi conosciamo soltanto ciò di cui abbiamo esperienza. Tuttavia forte è il bisogno di conoscerla. La nostra mente-anima si ribella: non può accettare che il tunnel della morte non abbia anch’esso l’uscita verso la luce. Ed è questa l’esperienza con cui devono misurarsi i discepoli di Gesù quando la sua morte, in quel lontano anno 30, li mette di fronte al fallimento. Come ci dicevamo la settimana scorsa.

 

Non è facile questo viaggio, mi rendo conto. Preferiamo, infatti, pensando ai primi discepoli, considerarli, con sufficiente facilità, fortunati. Diamo per scontato che loro Gesù l’hanno incontrato risorto. Nei racconti dei Vangeli tutto marcia senza grossi intoppi e, soprattutto, in rapida successione tra morte e resurrezione. Sì e no due giorni, dal venerdì alla domenica.

Ma leggendo queste pagine rischiamo di dimenticare un aspetto importante. Esse nascono a decenni di distanza dai fatti. Marco, il più antico, vede la luce intorno agli anni 65-70; Luca e Matteo, quindici vent’anni dopo; Giovanni più tardi ancora, tra fine primo e inizio secondo secolo. Quindi sono una ricostruzione ed una rielaborazione dell’esperienza. E tutti questi testi, quando parlano degli incontri con il Gesù-risorto, evidenziano la difficoltà dei discepoli a ri-conoscerlo. Paura e timore li accompagnano. Anch’essi devono attraversare i sentieri del dubbio.[3] Maturare un’esperienza. I racconti che vi leggiamo, quindi, così lineari ai nostri occhi, non riportano la verità storica dell’esperienza dei discepoli. Della strada che essi per primi devono percorrere, dal dramma della morte alla luce della resurrezione. È una verità teologica quella che ci viene offerta. Essa rappresenta il cammino per vedere la luce in fondo al tunnel. Essi, allora. Noi, oggi. Non i tempi impiegati per compierlo.

 

È una dimensione della Vita, la resurrezione, che al momento possiamo cogliere soltanto con quella disposizione della mente-cuore che chiamiamo fede. Cioè fiducia. Ma la fede non è mai sola. Lei cammina mano nella mano con il dubbio. Fedeli compagni di strada, fede e dubbio non si lasciano mai. Non c’è prova, storica o scientifica, che dimostri l’evento resurrezione. A questa dimensione della Vita potremo accedere oltre-passando, al momento opportuno, la porta della morte. Ora conosco in modo imperfetto, scrive Paolo ai cristiani di Corinto a metà del primo secolo, ma allora conoscerò perfettamente.[4]

Gabriella o Massimo, Lorena o Remo o Letizia... che questa porta l’hanno attraversata, loro sanno cos’è. Perché ora vivono in pienezza di Vita. Che è pienezza d’Amore.

Buona Pasqua!

(1. Il fallimento)

 

[1] C. Rovelli, Buchi bianchi, 2023

[2] Giovanni 11,1-44; Marco 5,21-43; Luca 7,11-17

[3] Matteo 28,17

[4] 1 Corinzi 13,12

 

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(questo articolo è il n. 800 della rubrica)

 

Per approfondire:  Resurrezione  2025  (con gli altri articoli indicati in fondo)