VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

29 mar 2026

Un viaggio nella Pasqua di quel lontano 30 d.C.

Il fallimento (1)

(1)

 

Siamo nell’anno 30. A questa data la maggioranza degli storici fa risalire gli avvenimenti cui ci riferiamo in questi giorni di Pasqua. Il tempo vi ha depositato sopra di tutto, pensieri fantasie ricerche riflessioni significati conflitti successi fallimenti sogni speranze... Oggi a noi sembra tutto chiaro. I fatti, le parole. Ma allora? Vorrei provare con voi, oggi e domenica prossima, a ritornare a quei giorni e guardare il tutto con gli occhi dei discepoli. Sentire con il loro cuore. Quando si accorgono che quel Regno di Dio di cui Gesù parlava, con tutti i loro sogni, svanisce nel nulla. Lui muore. E con lui tutto finisce. E sì che ci contavano: s’erano fatti anche delle belle litigate tra loro su chi avrebbe ottenuto i posti migliori.[1] La parola regno, del resto, non dà adito ad equivoci. Neppure la parola Messia (ebr. Mashiach consacrato) porta dubbi: è il discendente di David, il grande re guerriero che dieci secoli prima aveva portato Israele al massimo della sua potenza. E il Messia che oggi attendono, tutti s’aspettano che riporterà il regno alla grandezza di allora. Tanta è l’attesa, quanto drammatica la situazione attuale. È quasi un secolo che qui spadroneggiano le legioni di Roma. E il grande David non è a Gerusalemme. Ma a Roma. Il suo nome è Tiberio.

 

Frequentano Gesù da quasi tre anni. Hanno passato con lui giornate intere. Ma l’immagine del regno e del Messia in loro rimane la stessa. Troppo ardito è il Maestro. Impossible seguirlo nella sua idea di regno dove il più grande è chi si pone al servizio degli altri. No, è fuori dal mondo. Infatti, proprio quelli che lo conoscono meglio e da più tempo, la madre e i fratelli, sentendo i suoi discorsi, decidono di andarlo a prendere e riportarlo a casa.[2] C’è il rischio che le autorità del tempio, in combutta coi romani, gli facciano fare una brutta fine: purché il popolo non si agiti, non si farebbero problemi a sacrificare una testa calda.[3] Ma non funziona. Lui, con loro, a Nazareth non ci torna. Anzi, continua a parlare del Regno. Fino ad illustrarne, pian piano, la Carta costituzionale.[4]

Se c’è qualcosa che scombina i piani e non fa tornare i conti rispetto al funzionamento di un regno che possa avere successo, questa le supera tutte. Un regno in cui la felicità si fonda sulla povertà piuttosto che sulla ricchezza. Sulla mitezza e non sulla forza. In cui il successo non si misura con la potenza degli eserciti, come aveva fatto il grande David di cui il Messia è l’erede: il successo ora è di chi si spende per costruire la pace. E la fedeltà a questa Costituzione non porterà, lo dice lui per primo, né approvazione né riconoscimenti nella geopolitica. Ma irrisione e squalifiche. Perfino persecuzione. Non solo. La legge, fondamento e base di stabilità per tutto e per tutti, viene declassata. Al momento del conflitto non è l’uomo che va sacrificato al sabato: il sabato, cioè la legge, viene dopo l’uomo.[5] Dio si rispecchia nella sua creatura, la donna e l’uomo, non nella legge. E la casa di Dio non è il tempio, una delle sette meraviglie, ma il cuore dell’uomo. Non è facile seguirlo. Fare propria la sua visione del mondo e della vita. Sì, è affascinante. Ti lascia senza parole. Ma è troppo dirompente.

Altra cosa, non di poco conto. Con lui ci sono anche discepole donne. Assurdo. Contro ogni regola di buon senso per un vero maestro. Perfino contro la religione. Ogni buon ebreo maschio nella preghiera del mattino ringrazia Dio perché non mi hai fatto donna (shelò asanì ishà). Per lui, invece, donne e uomini sono sullo stesso piano.

 

Già sconcertante nelle sue regole, e fuori da ogni logica di normalità questo Regno. Non solo. Ora a Gerusalemme ci sono arrivati. Ma non si vedono segni. Non scende fuoco dal cielo, né giungono legioni di angeli per sconfiggere i romani. È la crisi. Allora questo Regno di Dio è tutto una sua fantasia? E Gesù è tutt’altro che il Messia? È ora di decidersi. E uno dei suoi va ad accordarsi con le autorità per consegnarlo.[6] Così la facciamo finita. Che delusione! Vengono a catturarlo: ai suoi non resta che fuggire. Sì, uno tira fuori la spada.[7] Poi però scappa anche lui. Lottare per cosa? E il Regno, sognato, rimane un sogno. Una delusione. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute dicono alcuni dei suoi.[8] Il Maestro, colui che vedeva il Regno di Dio già presente, è finito. Preso e condannato a morte. Come uno schiavo. Crocifisso. Non solo non c’è nessun Regno. Non è riuscito neppure a salvarsi la vita. Può esserci fallimento più grande?

 

Ora sono terrorizzati. Hanno paura perfino a farsi vedere in giro.[9] E se ne stanno chiusi, in attesa che passino i giorni. Nella speranza di venir dimenticati. Anche loro. Come lo sarà, ormai, colui che speravano avrebbe liberato Israele. Tre anni di vita ci avevano condiviso...

 

(2. La fede e il dubbio)

 

 

[1] Marco 9,34; 10,37

[2] Marco 3,20-22

[3] Giovanni 11,50

[4] Matteo 5-7

[5] Marco 2,27

[6] Luca 22,4

[7] Marco 14,47

[8] Luca 24,21

[9] Giovanni 20,19

 

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Per approfondire:  E l'uomo Gesù?  2025  (Con relativi rimandi)