Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.[1]
Parole di vita, Leopardi. Ma non ferma qui il suo pensiero. Né il dialogo, appassionato e profondo, con la luna e con la dolce sua greggia. Troppo è il dolore che lo abita e, continuando, tace la voce della speranza.
Quale sia sulla terra nera la cosa più bella:
una schiera di cavalieri, dicono alcuni
altri di fanti, altri di navi.
Io dico:
quel che uno ama.[2]
Sogna le ali il poeta, per volar su le nubi e trovare, forse, finalmente, la felicità. E fra tutte, la cosa più bella, riflette Saffo, è quel che uno ama.
Parola grande, amore. La più grande, credo. Se amore chiamiamo la persona che la Vita ci dà come compagno di strada. Se fare l’amore diciamo l’incontro, di anime e di corpi, che dà respiro ai giorni e nuova vita alla vita stessa. E se perfino nel tentativo di dirci qualcosa su Dio, noi umani, nel vocabolario non abbiamo saputo trovare parola diversa. Dio è Amore abbiamo scritto.[3] Amare è il verbo che il Maestro di Nazareth pone a fondamento nelle relazioni umane. Fino a giungere ad un paradosso. Chi ama padre o madre più di me non è degno di me, dice, chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me.[4] Cosa vorrà dire? È fuori dal mondo? O invece è così dentro da diventare farmaco e lievito per un mondo malato?
Con l’aiuto della psicologia proviamo a riascoltarle queste parole. Magari uscendo dal pregiudizio che ci fa vedere il Vangelo come... roba da preti. Secondo me esse conducono verso l’autenticità. Verso la riscoperta della verità di noi stessi.
Chi è questo padre? Il padre è il passato. È la tradizione, il si è sempre fatto così. Anziché essere l’arco che ci getta, come freccia, nella vita, rischia di porsi come arco arrugginito.[5] È scagliare la freccia la natura dell’arco. Come natura della freccia non è vivere nella faretra. Né è vita per lei rimanere attaccata all’arco. Lei vive se proiettata in avanti. Verso il bersaglio. Che è sogno, desiderio, progetto. Non significa questo, vivere?
E la madre? Mamma dice affetto, cura, abbraccio. In lei ha avuto inizio la mia storia. Ma per vivere, ne son dovuto uscire. Nove mesi. Poi una casa mi ha accolto. Vi ho trovato cura e sicurezza quando, stanco o affaticato o anche spaventato di fronte a certe strade sconnesse che la vita mi proponeva, vi cercavo rifugio. Ma anche questa termina il suo tempo. E se voglio vivere, è verso la costruzione di una casa nuova che la vita mi chiama ad andare. Una casa tutta mia. Non del padre, né della madre.
E il figlio, la figlia? Nei figli noi adulti vediamo il nostro futuro, in loro proiettiamo noi stessi. Essi ci indicano quel tempo-spazio che non potrà essere nostro. I figli sono oltre. Se li tratteniamo, se cioè restiamo prigionieri delle nostre proiezioni, delle sicurezze che ci siamo costruiti, essi diventano zavorra nella realizzazione di noi stessi.
E chi è lui, il Maestro, che si pone come primo oggetto d’amore, prima del padre o della madre, del figlio o della figlia? Cosa rappresenta? Matteo, che ci riporta queste parole, qualche pagina prima dipinge quel progetto di mondo che egli chiama Regno di Dio. Che significa regno dell’umano autentico. È il sogno da realizzare se vuoi vivere. È un mondo dove vita significa mitezza e non violenza. Pace e non guerra. Condivisione e non sfruttamento o ingiustizia. Amare lui più del padre significa uscire dal pensiero vecchio dei padri si vis pacem para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra); significa uscire dal vecchio della storia che vede nella guerra la soluzione dei conflitti e nella legge del più forte la regola delle relazioni. Tra persone e tra popoli. Amare lui più della madre, significa uscire dalla sicurezza del pensiero dominante che vorrebbe tenerti fra le sue braccia e farti sentire accolto e coccolato. Ma è abbraccio che soffoca. Amare lui più del figlio o della figlia significa non restare prigionieri dell’idea che la verità che hai raggiunto sia la sola e l’unica. La verità, come il figlio, dovrà oltre-passare i tuoi confini.
Entrare dentro questo pensiero è entrare nella pienezza dell’umano. Nel respiro che dà vita. Significa trovare le ali e volar su le nubi, come sogna il poeta. Terra e Cielo, le nostre dimensioni. Il Maestro conosce il cuore dell’uomo e osa proporsi come l’uomo nella sua autenticità. Figlio dell’uomo, dice di sé stesso. Trovare le ali è vivere liberi. Da condizionamenti. Da pensieri vecchi, da tradizioni arrugginite che imprigionano in una sicurezza fasulla. Che ha sempre due facce: il si è sempre fatto così da una parte, e dall’altra il non c’è niente da fare.
S’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una... non è questo il desiderio, profondo, autentico, che ci abita?
[1] Leopardi, Canto notturno
[2] Saffo, Frammenti
[3] 1 Giovanni 4,16
[4] Matteo 10,37
[5] Gibran, Il Profeta
