23 nov 2025
25 novembre. Giornata internazionale sulla violenza contro le donne
Una violenza... gentile
Può la violenza essere gentile? Violenza è femminicidi, aggressioni fisiche, soprusi e prepotenza in casa, stupri, sessualità forzata nella coppia, revenge porn, tradimenti... C’è ben poco di gentile in tutto questo. Sì, è vero. Violenza gentile è un ossimoro, come silenzio assordante o buio accecante, ghiaccio bollente, brivido caldo... parole che confliggono l’una con l’altra. La parola stessa, ossimoro, nata nel greco antico, è una combinazione di due opposti: oxỳs acuto intelligente e moròs sciocco stupido. Di che violenza stiamo parlando, allora? Di una violenza particolare, sì.
I pensieri nascono nell’incontro tra il 25 novembre, giornata mondiale sulla violenza contro le donne, e questo giornale su cui noi c’incontriamo. Settimanale d’attualità e settimanale diocesano. Espressione, quindi, anche di una comunità di credenti. Ecco, è qui che la violenza gentile, a mio parere, abita. Indisturbata. Nella chiesa.
Mentre stavo riordinando la tanta carta che nel tempo continua ad accumularsi, con il progetto di buttarne un po’, mi si apre tra le mani un articolo di dodici anni fa.[1] È un’intervista a Pablo d’Ors, un prete spagnolo chiamato, allora, a far parte del Pontificio Consiglio della Cultura. Alla domanda su quale incarico gli sia stato affidato, risponde: “Ci hanno chiesto di presentare una relazione sul ruolo della donna nella chiesa. Ormai sono maturi i tempi per percorrere nuove strade”; “Si parlerà dell’apertura del sacerdozio alle donne? E lei è favorevole?” chiede il giornalista, “Assolutamente sì, e non sono solo. Che la donna non possa essere prete per il fatto che Gesù era un uomo e che avesse scelto solo uomini è un argomento molto debole. È una ragione culturale, non teologica”. E l’intervista continua: “Cosa porterebbero le donne?” “La vita. E tanta ricchezza. Anche perché si tratta di una discriminazione inaccettabile”; “C’è ancora molta resistenza?” “Sì. La novità fa sempre paura. Invece un criterio importante per misurare la vitalità spirituale di una persona e di una comunità è la sua disponibilità al cambiamento” risponde P. d’Ors. 2013. E oggi dove siamo? Dov’eravamo ieri. E dov’eravamo l’altro ieri. Il maschilismo, vestito elegantemente da clericalismo, domina incontrastato.
Violenza gentile dicevo.
Dov’è la gentilezza? Nelle dichiarazioni sulla donna che la Chiesa ci offre in tanti suoi documenti. Due esempi. «Viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. È per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere».[2] Ancora. “Il racconto biblico della creazione va riletto sempre di nuovo, per apprezzare tutta l’ampiezza e la profondità del gesto dell’amore di Dio che affida all’alleanza dell’uomo e della donna il creato e la storia... Questa alleanza è chiamata a prendere nelle sue mani la regìa dell’intera società. E la chiesa per prima deve fare la sua parte. Si tratta anzitutto di riconoscere onestamente ritardi e mancanze. Le forme di subordinazione vanno definitivamente abbandonate”.[3]
E dov’è la violenza? Nella prassi che vede la donna relegata a posizioni eternamente subalterne. Subordinate. Non ci sono burqa o chador, come in altri contesti culturali e religiosi, né ci sono impedimenti a studiare o a svolgere particolari professioni. Ma domina nella chiesa, come regola maestra, quanto scrive Paolo, metà del I secolo, ai cristiani di Corinto: “Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle chiese tacciano perché non è loro permesso parlare; siano invece sottomesse, come dice anche la legge”.[4] E qualche anno dopo, in una lettera a lui attribuita: “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna d’insegnare”.[5] Anche Francesco s’arrende a un certo punto: “Fare spazio alle donne nella Chiesa non significa dare loro un ministero” dichiara.[6] Aggiungendo poi che lascia la questione ai suoi successori. E Giovanni Paolo II, trent’anni fa, scrive addirittura: “La Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale; e questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”![7]
Mio timore è che se all’inizio di questa pagina con le parole violenza gentile incontravamo un ossimoro, con un altro, purtroppo, dobbiamo chiudere. Su questo tema della donna nella chiesa siamo in un immoto andare.[8] Prigionieri in un’illusione di movimento, restiamo invece intrappolati in uno stato d’immobilità.
Non è anche questo, la relega in uno stato di perenne subordinazione, violenza contro la donna?
[1] Repubblica, 5 nov 2013
[2] Concilio Ecumenico, 1965
[3] Francesco, 2017
[4] 1 Cor 14,34
[5] 1 Tim 2,11
[6] Francesco, 2024
[7] Ordinatio sacerdotalis, 1994
[8] E. Montale, Ossi di seppia
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Per approfondire: Prima il Vangelo 2025, Grazie, Eva 2024, Tra mente e cuore 2024, Lisistrata 2024, Tra figli e figlie 2023 (Con relativi rimandi)
