C’eravamo lasciati a Nicea. Tra alta filosofia e teologia. Sembra un limite della nostra intelligenza il lasciarci sedurre da un pensiero, una scoperta, un’intuizione. E fermarci lì. In ammirazione. Dev’essere successo così a Nicea, al primo Concilio della storia. Usciti dal conflitto con Ario e i suoi, raggiungono un accordo: Gesù è Dio, della stessa sostanza del Padre. Linguaggio arido per noi oggi: ma allora le categorie del pensiero erano queste. Ho un timore, però. Che quell’intuizione di 1700 anni fa sulla divinità di Gesù, abbia portato a coprire, e pian piano ridurre, fino a perderla del tutto?, la sua umanità. Una dimensione di cui oggi abbiamo grande bisogno.
Per conoscere l’uomo Gesù gli unici documenti di cui disponiamo sono i quattro Vangeli. Nati in quattro piccole comunità. Attribuiti a Marco Matteo Luca e Giovanni. Scritti a notevole distanza di tempo dai fatti di cui parlano. Il più antico, Marco, nasce dopo quarant’anni. Gli altri più tardi ancora. Giovanni quando già di anni ne sono passati oltre settanta. Osservazioni queste non per togliere credibilità a quegli scritti, quanto piuttosto per dire che se vogliamo incontrare l’uomo Gesù, dobbiamo cercarlo con molta attenzione quando apriamo queste pagine.
All’origine, infatti, ci sono i detti e le opere di Gesù; poi rimane il ricordo dei testimoni; che si con-fonde con la rilettura che essi stessi fanno dei propri ricordi; infine arriva il testo scritto. Per incontrare l’uomo Gesù ci aspetta un cammino a ritroso: dal testo; all’interpretazione-ricordo; ai detti e alle opere di Gesù. È necessario, infatti, tener presente il processo di selezione e di idealizzazione che deve aver accompagnato la prima generazione delle discepole e dei discepoli. Di fronte alla morte del maestro si vedono crollare il mondo. Lui che parla del Regno di Dio, che essi vedono come il Messia che deve restaurare il Regno di Israele, muore. Anzi, è condannato a morte. Proprio dalle autorità religiose che per prime dovrebbero ri-conoscerlo. Incomprensibile. Disorientante. Così, quando le prime comunità sentono il bisogno di mettere per iscritto quanto viene trasmesso oralmente, si trovano di fronte alla necessità di fare delle scelte. Non a caso sentono la necessità di dire che Gesù in presenza dei suoi discepoli fece molti altri segni, fino a scrivere che se fossero scritti uno per uno, il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere.[1] Con quali criteri avranno fatto questa scelta?
L’anno prossimo saranno 800 anni dalla morte di Francesco d’Assisi. Quando i frati (da fratres fratelli) che l’avevano seguìto vogliono scrivere di lui, non è facile trovare un accordo su cosa e come raccontare. Al punto che La vita del beato Francesco di Tommaso da Celano, scritta a meno di tre anni dalla sua morte, non soddisfa. È un po’ debole quanto a miracoli, pensa Giovanni da Parma, il nuovo ministro generale dell’Ordine, due decenni dopo.[2]
Che c’entra S. Francesco? Se per scrivere di lui è così difficile trovare una linea condivisa, possiamo immaginare la complessità del processo che può aver accompagnato la scrittura dei Vangeli. Al punto che qualche decennio dopo la prima stesura, ai testi di Matteo e di Luca nasce il bisogno di aggiungere i due capitoli iniziali, i cosiddetti vangeli dell’infanzia. Pagine queste in cui quel processo di attraversamento dei vari livelli di elaborazione si fa ancora più necessario. E più complesso. Una lettura, qui, solo in superficie ci porterebbe proprio fuori strada. Concepimento, nascita, infanzia, prima giovinezza... un ragazzino che a dodici anni ne sa più di tutti i maestri del tempio, per di più figlio di un artigiano, è solo mito. E noi abbiamo bisogno di oltrepassare il mito se vogliamo incontrare la verità del Figlio dell’uomo. Come lui amava definire sé stesso.
Perché abbiamo bisogno di ritrovare la sua umanità? Due le ragioni principali, a mio parere.
La prima. Perché il nuovo, l’originale, lo straordinario che Gesù porta nella storia è l’incarnazione. È il cuore del messaggio cristiano: Dio diventa uomo. Dio, per farsi conoscere Padre-e-Madre da noi, figlie e figli suoi, si in-carna. La parola carne, nell’antico greco sarx e soprattutto nell’ebraico basàr, non indica semplicemente la fisicità, spesso contrapposta a spirito, ma sta a significare la persona umana. Nella sua fragilità. Con la sua forza e la sua debolezza. Nella gioia e nella fatica del vivere. Non è questa la nostra realtà? La storia di ciascuna e ciascuno di noi?
E qui la seconda ragione. Non ci serve un Gesù super-uomo. Lontano. Noi abbiamo bisogno di sentirlo fratello. Compagno di strada. Che come me, come voi, nella vita conosce fatica, dolore, gioia, amore, disorientamento, delusione, speranza. Insieme all’angoscia della morte.
E lasciando da parte tanti bambinelli disincarnati, restituiamo a quest’uomo, che a Natale ci piace ricordare bambino, la sua umanità. Così da sorelle e fratelli, con lui fratello, possiamo condividere un BUON Natale!
[1] Giovanni 20,30; 21,25
[2] A. Barbero, San Francesco, 2025
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Per approfondire: si possono leggere gli articoli, che anno per anno, hanno accompagnato il Natale https://www.itfa.it/la-mente-e-lanima/
In particolare: Natale, chi era costui? 2016 e Buon Natale! 2016 (Vol. 4 pagg. 281-286)
