VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

2 giu 2019

Verona, marzo 2019. Tra congresso e contro-congresso. Riflessioni

Integralismi in agguato

Offrire cibo integrale e biologico al nostro corpo significa fornirgli un’alimentazione sana e ricca di tutti quegli elementi di cui ha bisogno per coltivare e conservare uno stato di benessere. Alimentare con integralismi la nostra anima significa porla in una condizione insalubre e asfittica. Perché ogni volta che ci lasciamo tentare da integralismi le chiudiamo ogni via verso il confronto e il dialogo. E l’anima, lo spirito, o comunque vogliamo chiamare questa dimensione di noi stessi, non vive se priva della possibilità di aprirsi all’altro. Tra singoli. E tra gruppi. Sociali, politici o religiosi che siano.

 

Un brutto esempio di integralismi radicali l’abbiamo avuto due mesi fa a Verona con il World Congress of Families (Congresso Mondiale delle Famiglie) e il relativo contro-congresso che, per le strade della città, l’ha accompagnato. Sembrava di essere tornati indietro di cinque secoli, ai tempi della Riforma (protestante) e della Contro-riforma (cattolica). Una pagina così amara che ci son voluti tutti questi cinquecento anni per ritrovare un via di dialogo. Aperto al confronto e al riconoscimento della dignità di ciascuno e della ricchezza della differenza.

 

Se per «affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale», quella formata da un uomo e una donna, posizione legittima e condivisibile, si rende necessario impedire ad altri il vedersi riconosciuto il diritto ad una vita affettiva e sessuale, molto debole mi pare il pensiero che sostiene l’obiettivo. Visto che la natura, che conduce la grande maggioranza degli esseri umani a trovare la realizzazione di sé nell’incontro con una persona di sesso diverso, è la stessa che porta altri, una minoranza in senso numerico, a sentire il bisogno e il desiderio verso una persona dello stesso genere. A che serve impedire il riconoscimento civile e, a mio parere, anche religioso per chi lo desidera, di una coppia che intende vivere una relazione d’amore nel rispetto e nella fedeltà reciproci?

 

Dall’altra parte, qual è il senso di posizioni così radicali da perdere di vista, per esempio, che proprio di un bambino è il diritto ad avere un padre e una madre? Per cui arriviamo a mettere sullo stesso piano il diritto di due adulti dello stesso genere a vedersi riconosciuti nella loro relazione di coppia, e un analogo (presunto) diritto ad avere dei figli. Dimenticando, innanzitutto, che nessuno, né donna né uomo, né etero né omoaffettivo, ha il diritto ad avere un figlio.

Un figlio non è un diritto. Un figlio è una persona. E nessuno può accampare diritti su una persona.

Diverso, invece, è che due adulti, liberi e responsabili, possano decidere di condividere un progetto di vita. Guidati legittimamente dall’orientamento affettivo che la natura stessa ha posto nel loro cuore. E, sembra, nella loro biologia – dico sembra perché su questo le scienze, mediche e psicologiche, non sanno ancora darci risposte definitive.

 

Comprendo bene come l’intransigenza degli uni porti gli altri a collocarsi in un atteggiamento altrettanto intransigenze e assoluto. Andando però, così, entrambi a ricadere in quel pensiero – o tutto o niente – che ha caratterizzato in ciascuno di noi una fase della vita: l’età dell’infanzia. Questo infatti è il pensiero che ci guidava da bambini. La maturazione degli anni dovrebbe portarci fuori da questa prigione.

Provo con un’immagine. Dovendo fare una porta per entrare in una stanza, poco saggio sarebbe, credo, abbattere un’intera parete, pensando così di avere un accesso più facile e percorribile. Altrettanto limitato sarebbe, però, temendo che qualcuno possa aprire una porta ed entrare in stanza, correre ad alzare un muro in cemento armato – sì, armato! – così che niente e nessuno possa accedervi. Una porta è una porta. Essa permette di entrare e di uscire. Abbattere la parete o costruire un muro difensivo non fa né entrare né uscire. Porta solo o a restare fuori, ai capricci del tempo, o a chiuderci dentro, in una cella che diventa prigione.

 

Questo è integralismo. O tutto o niente. Né confronto né dialogo.

Si dice: ma se concedi un dito, poi ti prendono un braccio. Allora? Certo, confronto e dialogo comportano un rischio: possono mettere in discussione certi nostri pensieri. Pensiamo forse che sia meglio e più salutare restare chiusi in recinti autoreferenziali e asfittici?

Perché, per restare ai temi del Congresso, non si può parlare di bellezza del matrimonio, di salute e dignità della donna, di diritti dei bambini, di tutela giuridica della vita e della famiglia... confrontandoci, nel rispetto e nell’ascolto reciproci, dove ciascuno possa portare le sue ragioni e ascoltare quelle dell’altro? A che serve sprangare le porte o volerle abbattere con l’ariete?

 

Ripeto. Se il cibo integrale fa bene al corpo, gli integralismi avvelenano l’anima. Non la fanno vivere. Le chiudono il respiro.