VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

21 lug 2019

Per non... chiudere la stalla quando non ci sono più i buoi

Genitori e figli

«Un fanciullo, avendo rubato a scuola la tavoletta di un compagno, la portò a sua madre. Questa non solo non lo rimproverò, ma anzi lo lodò; una seconda volta rubò un mantello e lo portò a lei; avendolo ella accettato ancor più contenta, col passar del tempo, quando divenne un giovane, si diede a rubare oggetti anche più preziosi. Preso una volta sul fatto e legato con le mani dietro la schiena, veniva condotto dal boia. Poiché la madre lo seguiva e si batteva il petto, disse di volerle dire qualcosa all’orecchio, e quando l’ebbe vicina, le afferrò improvvisamente il lobo dell’orecchio e glielo staccò con un morso. Ella cominciò ad accusarlo per la sua empietà: non soddisfatto degli errori che aveva commesso, ora aveva anche strappato l’orecchio a sua madre. Egli allora, presa la parola, le disse: “Se tu mi avessi picchiato quando, dopo aver rubato per la prima volta la tavoletta te la portai, non sarei arrivato fino a questo punto, e ora non sarei condotto a morte”.

La favola insegna che un comportamento che non viene corretto all’inizio cresce sempre di più».

 

Era il VI secolo a.C. ma Esopo, se pure sia esistito veramente, sembra uno di noi. Oggi non usiamo più le tavolette per scrivere, come ai suoi tempi, ma anche oggi un bambino ha bisogno di trovare chi gl’insegni che ci sono comportamenti buoni e corretti, accanto ad altri sbagliati. Ha bisogno di sentire che c’è qualcuno che, nel prendersi cura di lui, lo corregge quando non rispetta le regole di sana vita civile.

Bambini che non mangiano se non hanno i cartoni o il tablet davanti. Ragazzini che non ti stanno a sentire, e neppure ti guardano quando parli con loro, tanto i loro occhi sono incollati allo smartphone, e se lo tengono talmente appiccicato da andarci perfino a letto, acceso, sotto le coperte, tutta la notte. Studenti che a scuola, tra uno sguardo alla lavagna e uno al prof, con il libro davanti, si scambiano messaggi o foto o link. Piccoli bulli, a sette o a diciassette anni, convinti che tanto più valgono quanto più c’è qualcuno che li teme. Giovani ventenni, le ore della notte appiccicati al computer, già prigionieri dei social o del gioco. Uomini fatti, incollati alle slot, incapaci di un pensiero di libertà e di responsabilità. Ignari perfino della famiglia che li aspetta.

 

La favola insegna che un comportamento che non viene corretto all’inizio cresce sempre di più, scrive Esopo. È questo il punto.

 

Nessuno nasce imparato, si dice di fronte alla fatica dello studio e dell’apprendimento. E nessuno nasce che ha già sette anni o diciassette o ventisette, o tanti di più. Nessuno nasce ladro o criminale o bullo o dipendente dal gioco o dai social. Ciò che siamo e come siamo, lo siamo diventati. Nel tempo. Attraverso l’esercizio e la ripetizione di comportamenti o di modi di fare. L’abitudine non è scritta alla nascita in qualche piega del cervello: ve la scriviamo man mano che mettiamo in atto certi comportamenti. Sappiamo leggere perché abbiamo insegnato al nostro occhio a riconoscere dei segni. E l’occhio e il cervello hanno imparato a cogliervi i significati.

 

Il bambino che non mangia se non ha i cartoni o il tablet acceso, l’ha imparato perché la mamma o il babbo gliel’hanno messo davanti, così, distratto dalle immagini, potevano infilargli in bocca qualunque cosa avessero deciso che doveva mangiare. E ora la sua bocca, i suoi occhi, le sue mani, coordinati da un cervello già condizionato, non sanno mangiare. Non è che non vogliono: non sanno. Perché così è stato loro insegnato!

Il ragazzino che a dieci o quindici anni non è capace di staccarsi dal suo smartphone, non è nato con il telefonino nascosto in qualche piega del cervello. È nel corso degli anni che al cervello è stato insegnato che senza il cellulare c’è vuoto e infelicità. Sappiamo che è un bluff, perché l’essere umano non può trovare la realizzazione di sé e la sua felicità nell’essere prigioniero della tecnologia o dei social. Ma se lo scopriamo troppo tardi, perché nessuno interviene a interrompere un cortocircuito e ad apportarvi dei correttivi, abbiamo solo il disagio che cresce, nella ricerca spasmodica di una libertà che nessun oggetto può dare. Non è la bottiglia che rende felice l’alcolista. Né la slot il dipendente dal gioco. Meno ancora sarà l’ultimo modello di cellulare con lo smartwatch al polso o un microchip sotto la pelle.

 

È troppo frequente per me incontrare genitori che non sanno più come fare con i figli. E vorrebbero che io, con la mia scienza, glieli rimettessi a posto.

Cari genitori, siate presenti nella vita di un figlio fin dall’inizio. E se ora sentite che questo figlio vi ha strappato un orecchio, come racconta Esopo, non ci sono ricette magiche: abbiamo bisogno adesso di metterci tutti intorno a un tavolo e tirar fuori ciascuno tutte le energie di cui dispone. Solo così possiamo ritrovare, noi e questo figlio, una strada di vita.

La favola insegna – scriveva Esopo più di duemila500 anni fa – che un comportamento che non viene corretto all’inizio cresce sempre di più.