VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

31 mar 2019

Tra cultura e culture Chiara Attorre

Cara professoressa,

volevo complimentarmi con lei per il successo di Pietro. Tutta la comunità riconosce il lavoro che ha svolto per aiutarlo a conseguire il primo premio al concorso di poesia. Le vorrei chiedere, inoltre, se ha mai pensato che fosse fonte della stessa soddisfazione Gharib, in Italia da soli 5 anni, il quale, pur appartenendo ad una cultura diversa, ogni giorno si sforza per imparare una nuova lingua, per farsi nuovi amici e per fidarsi di nuove figure adulte. Il compito di Gharib è più complesso di quello di Pietro: provi ad immaginare cosa possa significare trovarsi diviso tra una famiglia che parla esclusivamente l’arabo, legata agli usi della propria cultura, e la nostra realtà. Per quest’ultima intendo il contesto dei pari che lo etichetta come diverso e incapace, il gruppo dei genitori che lo immagina già come potenziale criminale, e in ultimo il sistema scolastico che non ha tempo da perdere con uno come lui, perché c’è sempre un Pietro di turno che deve concorrere per l’eccellenza.

 

Gharib io l’ho conosciuto in un centro di riabilitazione. È arrivato lì per le sue difficoltà di apprendimento. Chi ha lavorato con lui ha voluto conoscere la sua storia, com’è stato e come ha vissuto l’arrivo in Italia, i suoi genitori, i parenti e se ricorda, professoressa, avrebbe voluto conoscere pure lei… ma forse non ricorda, perché lei l’invito lo declinò: era troppo impegnata a preparare Pietro in vista del concorso? Il lavoro con Gharib è stato supportato dal coinvolgimento di tutte quelle risorse vicine al ragazzo, mirate all’inclusione in un mondo che, se affrontato da soli, può solo spaventare.

 

Oggi Gharib è accompagnato verso una nuova consapevolezza: quella di essere figlio biologico di un mondo diverso ma che può essere adottato dal nostro, in cui riconoscersi capace di sviluppare una propria identità e un rinnovato senso di appartenenza. Ha mai provato a pensare a come ci si sente quando si prova il desiderio di integrarsi con una nuova cultura, ma da una parte si vive la colpa per l’allontanamento dalle tradizioni familiari e dall’altra non si riesce ad appartenere a nessun gruppo di italiani? Spesso si finisce per evitare del tutto ogni contatto per paura di essere respinti, e ci si ritrova sospesi tra due mondi, completamente soli.

E se tale solitudine fosse sorella della medesima solitudine sperimentata da noi addetti all’educazione o alla docenza, o figlia di quel senso di impotenza che ci attanaglia il cuore paralizzandoci, e che ci fa sentire incapaci di mutare una situazione percepita come senza soluzione? A suo tempo Don Milani scriveva: “Lottereste per il bambino che ne ha più bisogno, trascurando il più fortunato, come si fa in tutte le famiglie. Vi svegliereste la notte col pensiero fisso su di lui a cercare un nuovo modo di far scuola, tagliato su misura sua. Non vi dareste pace, perché la scuola che perde Gianni – noi diremmo Gharib – non è degna d’essere chiamata scuola”.

 

Crede possibile, professoressa, farsi carico insieme delle storie di quei ragazzi meno fortunati, facendo delle loro diversità non un elemento discriminante, bensì una risorsa per accompagnarli ad avvicinarsi a scoprire un mondo, meno in solitudine, che possa accoglierli e non rifiutarli. Che ne dice di coinvolgere tutte le isole? Chissà se i genitori, i pari e tutti gli attori coinvolti nelle storie di chi è meno fortunato di Pietro possono avvicinarsi a questo pensiero? E se provassimo insieme a coinvolgerli, non per fornire loro una soluzione bensì per dialogare, allargando il nostro arcipelago, con l’obiettivo di costruire insieme qualcosa, mettendo al centro i bisogni di chi parte svantaggiato?

Spero davvero di non averle fatto perdere toppo tempo e di non averla annoiata con questioni che non riguardano il come aiutare Pietro a vincere un altro premio.

Aspettando di sapere cosa ne pensa, la saluto cordialmente.