VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

12 nov 2017

Quanta fatica per trovare un po’ di quiete

Un giro al cimitero

O greggia mia che posi, oh te beata, [...]
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
tu se’ queta e contenta;
e gran parte dell’anno
senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all'ombra,
e un fastidio m’ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace o loco. [...]

Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perché giacendo
a bell’agio, ozioso,
s’appaga ogni animale;
me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? 
[1]

 

Sarà per questo, per evitare di sentire quanto siamo lontani dal trovare un po’ di pace, che abbiamo smarrito la capacità di fermarci e sedere, un momento, soli, con noi stessi?

Amante della montagna, parecchi anni fa conobbi un pastore. Più volte ci fermavamo, insieme, a condividere un po’ del giorno. A dirci qualche parola. E a sentire un po’ di silenzio. Lui non era solo, diceva. Era in buona compagnia. Le sue pecore, i suoi interlocutori. Le conosceva tutte, una ad una. Oggi mi chiedo se anche Leopoldo con la sua greggia scambiava pensieri simili a quelli del pastore di Leopardi. Per me non era facile, per me che venivo dai libri da studiare, dagli esami da preparare, dagli amici cui rispondere e con i quali incontrarmi; da giornate scandite, spesso, da orari fissi e ripetitivi. Non era facile sentire la sua giornata. Piena. Di silenzio e di pace.

Io non capivo. Forse ero ancora troppo giovane per apprezzare il silenzio. La vita sembrava richiamarmi continuamente ai mille impegni. E i progetti per il futuro riempivano la mia mente.

 

Questi giorni un giro al cimitero ce lo facciamo tutti. Credenti o non credenti. Di sinistra o di destra. Vecchi o giovani. Lì ritroviamo i nostri amici, i nostri parenti. Che oggi sono usciti dalle ansie e dalle inquietudini che tormentano noi, il nostro quotidiano. E mi piace pensare che ora possono giacere in riposo, senza quell’angoscia che ingombra la mente. Capaci oggi di trovar pace o loco. Liberi dal tedio che ci fa rifuggire, spesso, dal nostro riposo.

Quest’anno perfino la natura sembra non volersi fermare. L’autunno sa ancora d’estate. Qualche giorno fa vedevo, preoccupato, il mio lillà fiorire di nuovo. Devi riposarti, gli dicevo. Ma lui ormai aveva deciso che doveva ripartire per una nuova fioritura. Neanche la natura, pensavo, ci aiuta quest’anno. Novembre dovrebbe portarci, giorno dopo giorno, verso la quiete dell’inverno. Stiamo forse alterando anche i suoi ritmi come abbiamo alterato i nostri? Giusto il sistema solare sembra rispettare i tempi, e la terra continua, con regolarità, il cammino intorno alla sua stella: le giornate si accorciano e la notte continua ad avanzare.

 

Come cercare un po’ di silenzio? Dove andare per ritrovare un ritmo di salute e di quiete?

 

Giorni fa ho incontrato una famiglia, allarmata perché le insegnanti avevano osservato che Claudio, 8 anni, fatica a concentrarsi nel suo lavoro di giovane scolaro. Si distrae, non sa mantenere l’attenzione per più di qualche minuto. Un’altra insegnante, qualche mese fa, mi parlava dei suoi bambini di prima elementare, allarmata, perché, diceva, sembrano avere il fuoco sotto i piedi o sulla sedia. Si agitano, scalpitano, chiacchierano, si distraggono continuamente. Non riescono a seguire un pensiero oltre qualche brevissimo minuto.

 

La greggia del pastore errante sa fermarsi. Sedere all’ombra, sull’erba. Queta e contenta. E gran parte dell’anno, senza noia, consuma in quello stato.

È una bella lezione. Se impariamo ad ascoltarla. I genitori di Claudio, nei nostri incontri, iniziano a realizzare che essi per primi vivono un ritmo di agitazione e di fretta. Neanche dieci minuti, in un giorno, sanno dedicarsi per scambiare una parola che non sia di lavoro o per leggere mezza pagina di un libro o qualche riga di un giornale. L’insegnante di prima elementare riconosceva che anche le sue giornate vanno di corsa. E quel fuoco che vede sotto i piedi dei suoi alunni è acceso anche per lei. Che deve correre e saltare tra un impegno e l’altro.

 

Il cimitero. Perché non proviamo ad andarci una volta da soli?

Non questi giorni. Questi giorni è una piazza. Fra un po’. Appena passata la sfuriata del doverci andare se no... mancano i fiori e dopo che figura ci facciamo!? Andiamoci una volta da soli. Ascoltiamo il silenzio. Sentiremo la compagnia dei nostri cari che, dall’alto della loro dimora ci diranno che possiamo anche fermarci ogni tanto. A respirare. Almeno un po’. Io penso che sia un loro desiderio aiutarci a sentire quella pace che essi hanno raggiunto. E condividerla. Con noi. Oggi. Consapevoli di quanto grande sia il bisogno che ne abbiamo.

 

[1] G. Leopardi, Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia