VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

11 giu 2017

La separazione dei genitori e i pensieri dei bambini

Divorzi

Per i bambini è la prima fine del mondo. Così inizia Wisława Szymborska, poetessa polacca, morta nel 2009, Nobel 1996. A titolo della poesia lei scrive semplicemente DIVORZIO (Rozwód).[1] Non ci va leggera, potremmo dire, quando lo guarda con gli occhi dei bambini. È la prima fine del mondo, scrive. Poi, continuando, prova ad alleggerire. E riesce perfino a farci sorridere quando lascia i bambini e segue altri sguardi.

Per il gattino un nuovo padrone. / Per il cagnolino una nuova padrona. / Per i mobili: scale, fracasso, prendere o lasciare. / Per le pareti i segni dei quadri. / Per i vicini, chiacchiere e noia interrotta. / Per l’auto, meglio se fossero state due. / Per i romanzi e le poesie – ok, vedi tu. / Va peggio per l’enciclopedia e gli apparecchi video, / e poi con quella guida alla scrittura corretta, / dove forse ci sono consigli in merito ai due nomi – se ancora unirli con la congiunzione ‘e’ / o se ormai separarli con un punto.

 

Un terremoto. Niente è più come prima. Per chiunque. Cose, animali, persone. E tra le persone i bambini. Per i bambini è la prima fine del mondo.

Sì, è la fine del mondo. Nessuna immagine sarebbe più corretta. Il mondo per un bambino – per ognuno di noi, visto che tutti siamo nati bambini – inizia in una famiglia. Con due adulti che ci hanno pensato, ci hanno voluto e ci hanno accolto quando abbiamo aperto gli occhi e abbiamo incontrato il nostro primo respiro. Quello è il nostro mondo. Quello è il mondo: tutto il resto, fratelli, parenti, amici, il gattino, il cagnolino... viene dopo. È venuto dopo. Man mano che crescevamo, il nostro mondo si arricchiva di qualche nuovo abitante.

 

Così la separazione dei genitori è la fine del mondo. Perché il mondo, nel quale un bambino ha trovato la sua stabilità, ora si sfalda. Crolla. I genitori d’ora in poi non vivranno più insieme. Non ci sarà più una casa della famiglia, ce ne saranno due: quella della mamma e quella del babbo. E lui dovrà adattarsi a vivere il suo tempo o con l’uno o con l’altra. Soprattutto dovrà accettare che quando c’è sua madre non ci può essere il padre, e quando sta con lui non ci può essere lei. Adattandosi così ad una mancanza perenne. Cronica. O gli mancherà l’uno o gli mancherà l’altra. Vivendo così un senso d’instabilità affettiva per nulla facile, per un bambino, da digerire. Figli di genitori separati vivono abitualmente nella paura dell’abbandono. Perché di fatto, anche quando – raramente, purtroppo – i due coniugi riescono a conservare una relazione civile tra loro come genitori, un bambino sente sempre e comunque la mancanza del genitore che non c’è.

 

Ma allora non ci si deve separare? E in quelle situazioni in cui la coppia non è più in grado di condividere lo stesso tetto e l’aria di casa è stracolma di litigi, offese, violenze, scenate allucinanti tra i due adulti? In quelle situazioni in cui vivi nel terrore di che cosa succederà stasera quando lui e lei si ritroveranno in casa dopo la giornata di lavoro?

Molte volte mi sento dire: noi non ci amiamo più; la vita tra noi è diventata un inferno, non c’è una sera che non litighiamo... che dobbiamo fare per nostro figlio, è meglio che continuiamo a stare insieme o è meglio che ci separiamo? (Sul noi non ci amiamo più ci ritorneremo).

 

La risposta non è facile. Una cosa è certa però: la decisione migliore per un figlio è quella che possono prendere e reggere i suoi genitori. L’inferno di una convivenza quotidiana è sicuramente più dannoso di una separazione, nonostante tutta la sofferenza che questa comporta. Se, però, la separazione porta un po’ di pace.

Perché molto importante è la qualità della separazione. Due coniugi che nonostante la separazione continuano a litigare, a offendersi, a mancarsi di rispetto, a protrarre la conflittualità per tempi infiniti – sostenuti in questo anche da certi avvocati –, dovremmo dire che del figlio non se ne importano proprio niente. E questo bambino continua a vivere un’instabilità affettiva continua. Un terreno traballante. Che gli toglie ogni fiducia: nei suoi genitori, che sono e saranno sempre il suo mondo, e in se stesso. È come se nella sua mente si attivasse un pensiero di questo genere: il babbo e la mamma pensano solo alle loro storie, alle loro cagnare: se a me neanche mi vedono, vuol dire che io non valgo niente. Che io non sono niente.

 

Per i bambini è la prima fine del mondo. Che la separazione dei genitori non sia la fine del mondo dipende da noi adulti. Se lo vogliamo, possiamo farcela. Basta ogni tanto liberare gli occhi dalle nostre questioni tra adulti e guardare gli occhi dei bambini.

 

[1] La legislazione polacca non fa distinzione tra separazione e divorzio.