VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

18 set 2016

Quando Dio è un buon nascondiglio per gli uomini (maschi)

Tra burqa e... burqini

Ci ha accompagnati durante l’estate questo velo che l’uomo (maschio) ha imposto alla donna. Per ricordare a sé, agli altri uomini, maschi come lui, e alla donna stessa, che lei è una sua proprietà. In altre parole, ‘politicamente scorrette’, che lui ne è il padrone.

In realtà c’è anche un altro aspetto. Che l’uomo, però, non può ammettere con se stesso: a lui vedere una donna un po’ scoperta toglie il lume della ragione. Lui, il maschio, il forte, il padrone, non è in grado di resistere al fascino di lei: la debole, quella da proteggere, quella da educare e correggere, perfino da picchiare – come insegna il suo (di lui) Libro. Ed è proprio questo che ci lascia ancora più perplessi: che, non avendo il coraggio di ammettere esplicitamente i propri pensieri, lui si nasconde dietro la religione. Attribuendo i suoi pensieri al suo Dio. Fatto a suo uso e consumo.

Ma no, anche la donna accetta, anzi, desidera indossare il velo che la copre e la protegge da... sguardi indiscreti e irrispettosi! Così sostengono gli uomini (e qualche donna). Lo sostengono. Ma poi non guardano la realtà. Pure tanto evidente.

Chi è al governo in quei Paesi in cui le donne devono coprirsi tutte quando escono di casa? Non sono solo uomini (maschi)? E quei movimenti che con-fondono (= fondono insieme) politica, armi e religione non sono fatti da uomini? Talebani, Isis, Boko Haram, tutti quei movimenti che vogliono instaurare la sharia (la strada, cioè la legge coranica) non sono solo uomini maschi?

 

Sei mesi fa, a 91 anni, è morta Ida Magli, un’antropologa. Che ho avuto il piacere di conoscere anche personalmente. Non ha avuto vita facile nel mondo culturale italiano. Sapete perché? Perché lei ha osato applicare gli strumenti del suo lavoro allo studio della nostra cultura (tra i suoi libri: Alla scoperta di noi selvaggi, oppure Viaggio intorno all’uomo bianco...).

Gli antropologi studiano di solito le culture di altri popoli. Soprattutto dei cosiddetti primitivi. Così, dall’alto della nostra civiltà cerchiamo di osservarne e di comprenderne usanze, tradizioni, religioni, organizzazione sociale, relazioni tra maschi e femmine, tra giovani e anziani, cura dei bambini, ecc. Lei ha guardato tutto questo qui, in casa nostra. E ci ha aiutati a scoprire tanti nostri ‘altarini’. Certe nostre tradizioni. Usanze, abitudini. Che, essendo modalità relazionali in cui siamo nati e nelle quali siamo cresciuti, per noi sono scontate. E sappiamo bene che il passo, da usanze e comportamenti scontati a normali, è breve. Molto breve.

Uno dei temi su cui questa studiosa ha lavorato è proprio il modello che guida le relazioni tra uomini e donne. Nella nostra società civile. E nella religione.

 

Ora, che certe tradizioni del mondo islamico appaiano subito ai nostri occhi estreme, poco rispettose della donna, è lampante. Ci arrivano così altre dalle nostre! Che una donna debba andare coperta dalla testa ai piedi quando esce di casa, o che debba andare in spiaggia più vestita delle nonne delle nostre nonne, per noi è impensabile. Il burqini (strana combinazione tra burqa e bichini!) che ci ha accompagnato quest’estate ci lascia senza parole.

Ma che i musulmani si coprano dietro certe pagine del Corano, senza farne una lettura critica nonostante i quattordici secoli passati da quando fu scritto, fa parte, ancora purtroppo, della loro cultura.

 

Ma noi occidentali?

L’emarginazione che la donna vive ancora nella nostra società; la violenza di cui la riscopriamo ogni giorno vittima da parte degli uomini; il suo posto nella struttura organizzativa anche della nostra religione, cioè la sua assenza (quasi) totale dai luoghi in cui si definiscono norme e responsabilità; il suo ruolo (quasi) esclusivo di cura nei confronti di bambini e anziani, oltre che degli uomini (maschi)... Tutto questo non dovrebbe farci riflettere?

 

Una riflessione in più, poi, la farei proprio come cristiano. Che nel Corano siano state codificate le tradizioni di mille400 anni fa non mi fa meraviglia: me ne fa che i suoi fedeli continuino a seguirle, in maniera del tutto acritica, oggi. Ma noi cristiani abbiamo avuto un Maestro, duemila anni fa, che ha avuto la forza di superare disparità e diseguaglianze tra uomini e donne, codificate dalle tradizioni del suo tempo. Che un maestro avesse anche delle discepole, allora, era inconcepibile. Indecente. La donna non aveva neppure il diritto di leggere la Bibbia. Gesù di Nazareth aveva anche donne nel gruppo dei suoi. Ad esse ha affidato compiti di primaria importanza. Con esse, per prime, ha condiviso insegnamenti nuovi e fondamentali.

Possiamo chiederci dov’è andato a finire tutto questo nella sua comunità? Tra i suoi, discepole e discepoli di oggi?