VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

26 giu 2016

Dal monte Taigeto alla Rupe Tarpea... dove sono i disabili oggi?

Dopo di noi

A molti di noi sarà sfuggito. Siamo così abituati ad ascoltare e a vedere soltanto attraverso il gridare dei politici o le luci abbaglianti della tv, che l’approvazione alla Camera del DDL Dopo di noi, di qualche giorno fa, ci è passata sopra senza sfiorarci. Salvo quelle famiglie che il problema ce l’hanno in casa.

Di che si tratta? Guardate il titolo. Dopo di noi? è la domanda che si fanno da sempre i genitori dei bambini o dei ragazzi che soffrono di una qualche disabilità. Fisica o, soprattutto, mentale. Che ne sarà di questo figlio dopo di noi? Cioè quando noi non ci saremo più o saremo talmente vecchi da non potercene più prendere cura? A questa domanda, ignorata dalla maggior parte dei cittadini comuni, propone una risposta questa Legge. Per ora uno stanziamento di 180 milioni per il triennio 2016-18. Non è la soluzione di tutto. È un primo passo. Vedremo. Vigilando.

 

In Italia 4 milioni di cittadini sono disabili. Qualche esempio dei disturbi più conosciuti: 48mila persone con Sindrome di Down, 500mila (1% della popolazione) con disturbi dello spettro autistico (è un disturbo questo molto ‘ampio’ e non sempre facile da diagnosticare). Nella scuola ci sono circa 200mila alunni disabili.

Il Censis ci dà due dati allarmanti. Il primo: superata l’età scolare, la maggior parte di queste persone è destinata a restarsene a casa, per oltre due terzi di loro non c’è posto nel mondo del lavoro. L’altro: nel 2040 le persone disabili saranno 6,7 milioni (il 10,7% della popolazione).

Ma c’è anche un altro dato che il Censis ci dà. Ancora più allarmante, secondo me: un italiano su quattro afferma che non gli è mai capitato di incontrare persone disabili. Chi sa dov’è il loro sguardo...

 

Ora facciamo un salto nella storia. Si dice che a Sparta i bambini disabili venissero esposti sul monte Taigeto, in attesa che il tempo o gli animali dessero loro la morte. A Roma era la Rupe Tarpea il luogo dove si racconta che questi bambini venissero gettati. Le ricerche storiche, in realtà, hanno mostrato che né l’una né l’altra di queste dicerie, pur tramandate nel tempo, fosse vera.

Vera, invece, è la storia dell’eliminazione dei disabili da parte del nazismo, nel secolo scorso. Vera è la storia di quella famiglia che aveva ‘ordinato’ un figlio con l’utero in affitto e che, avendo saputo che dei due gemelli che aspettavano uno era Down, aveva imposto alla donna di abortirlo, e quando lei, rifiutandosi, li ha partoriti entrambi, la famiglia ‘bene’ ha voluto solo il figlio ‘venuto bene’. Vera è la storia di tante nostre famiglie che decidono di abortire un bambino se all’amniocentesi o a qualche altro esame risulta ‘difettato’. [1]

Nessuno è tenuto a fare l’eroe, certo. Ma tutti, credo, siamo chiamati a guardare la trave che è nel nostro occhio prima di additare la pagliuzza nell’occhio del vicino.

 

Noi ci riteniamo civili. E lo siamo, per tanti aspetti. Ma il tema della disabilità ci vede ancora indietro. Fino agli anni ’70 i bambini disabili venivano messi in scuole speciali – così erano chiamate – perché convinti che in questo modo potessero usufruire di un insegnamento più adatto a loro. In realtà queste scuole erano dei piccoli ghetti, in attesa che poi, appena un po’ più grandi, venissero ricoverati in qualche istituto. Spesso rinchiusi nei ‘manicomi’: perché era lì che venivano messi, indipendentemente dal loro handicap, se le famiglie non potevano prendersene cura. In Italia queste scuole sono state chiuse dal 1977. A Jesi l’avevamo fatto già due anni prima.

 

Come comunità civile dobbiamo interrogarci bene. E con il coraggio di guardare a queste persone che invece continuiamo a ‘nascondere’, una volta che escono dalla scuola. Anche come comunità cristiana dovremmo aprire bene gli occhi. Mi ha colpito sentire da alcuni genitori che un prete li invitava a non mandare il figlio Down al catechismo perché disturbava, poi... tanto non poteva capire!

 

Un’insegnate parlava così di Giulia, la bambina Down, con i suoi alunni. Giulia è una bambina come voi. Solo che lei ha un cromosoma in più. Per questo deve lavorare di più per imparare quello che imparate voi. Per lei parlare bene, leggere, scrivere, giocare come fate voi è un po’ più faticoso. Sulle sue piccole spalle lei ha un peso che voi non avete. Ma ce la fa anche lei e sarà felice di farcela. Perché ha trovato voi che sapete darle una mano e aiutarla in questo suo lavoro. Come lei aiuta voi nel vostro.

Davvero brava quest’insegnate. Una vera maestra! I suoi alunni saranno donne e uomini per i quali solidarietà e condivisione saranno valori mille volte più grandi del facile successo o dei facili guadagni.

Con insegnanti così, DOPO DI NOI la società sarà molto più giusta. Perché più umana.

 

[1] La mente e l’anima, Vol. 3, pag. 237