VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

10 apr 2016

Disorientati di fronte alla violenza e al terrorismo

Coltivare la luce

O Dio, se tu sopprimessi il malvagio! Così un uomo parla con il suo Dio. Poi non riesce a fermarsi. E continua. Un po’ imprecando: Allontanatevi da me, sanguinari! Un po’ cercando un’alleanza con lui, nel tentativo di portarlo dalla sua parte: Come di un idolo parlano di te, contro te usano il tuo nome. Non devo forse odiare chi ti odia, detestare i tuoi avversari, Signore? Li odio con odio implacabile, li ritengo miei propri nemici (Salmi, 139).

 

Doveva essere proprio sfinito per la violenza e l’ingiustizia da cui si sentiva circondato. E senza via di scampo. Questo, credo, fosse lo stato d’animo di quest’uomo, vissuto oltre duemila anni fa, per arrivare a condividere tanto rancore e disperazione con il suo Dio.

 

Non pochi tra noi, credo, ci si potrebbero ritrovare di fronte alla morte e alla violenza che non smette di accompagnare questi nostri giorni. È vero, in tanti periodi storici, in tutti forse, la violenza ha abitato la nostra terra. Senza andare troppo lontano, basta tornare alla prima metà del secolo scorso, tra nazismo, fascismo, stalinismo, incorniciati da ben due guerre mondiali: non s’erano fatti mancare niente i nostri padri e i nostri nonni, si direbbe.

Ma anche noi... non c’è male: facciamo loro una buona concorrenza. La prima guerra una strage. Ma sembrava riservata ai soldati. La seconda, preparata da programmi demenziali di eliminazione dei ‘diversi’ (ebrei, zingari, omosessuali, malati di mente), ha allargato gli orizzonti: ha coinvolto anche la popolazione civile. Oggi abbiamo scoperto i kamikaze: povere persone, deluse e amareggiate, incapaci di assumersi la responsabilità della propria vita, prigionieri di chi ne sfrutta la credulità e la debolezza mentale. Prigionieri, essi stessi, della violenza che portano nelle strade di tutti. Abbiamo costruito così un bel modo per vivere nell’incertezza e nella paura. Costanti.

Hai voglia a dire “noi non abbiamo paura” o “non lasciamoci sopraffare dalla paura”. Sì, certo, questo ci piacerebbe. Ma ce la facciamo? A me sembra molto più onesto riconoscere che non avere paura è un desiderio. Sano, certo. Ma siamo immersi in uno stato di grande instabilità e precarietà.

 

Non so che risposta avrà sentito nel suo cuore quell’uomo di oltre venti secoli fa. Ma continuando ad ascoltarlo, mi pare che dopo aver scaricato il peso della rabbia e della collera, abbia potuto accogliere la voce della Vita. Così, infatti, continua il suo dialogo: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: osserva se sono sulla via dell’idolatria e guidami sulla via dell’eternità.

 

Questi giorni da più parti ho sentito dire, di fronte a tanta violenza: non ci resta che pregare! Sì, lo credo anch’io. Ma non vorrei che alla preghiera dessimo un valore un po’ magico. O, peggio ancora, ne parlassimo come pagani che si rivolgono a un Dio, distratto e in tutt’altre faccende affaccendato, che ha bisogno delle nostre suppliche o dei nostri sacrifici per decidersi a metterci le mani in tanta violenza: dal commercio di esseri umani al terrorismo. Come se tra noi e lui dovessimo attivare uno scambio: noi ti diamo le nostre preghiere e le nostre offerte, tu in cambio ci dài quella pace e quel benessere di cui abbiamo bisogno.

 

No. Alla parola preghiera credo che dobbiamo restituire il suo significato profondo. Così possiamo anche riscoprire che è una dimensione che può appartenere a tutti. Credenti e non credenti. Pregare significa coltivare in noi stessi pensieri di bene. Pensieri di pace. Di accoglienza. “Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole”. Così insegnava anche Gesù di Nazareth (Matteo 6,7).

 

È solo coltivando il bene che possiamo vincere il male.

È una legge della natura. Il buio non si vince facendo ancora più buio. Né l’oscurità si toglie aggiungendo oscurità. Il buio, l’oscurità, la notte si superano con la luce. Lo sappiamo bene: risentimento, rancore, odio non portano mai pace. In una famiglia. O in una comunità. O tra i popoli. È soltanto quando riusciamo a coltivare pensieri di pace, cioè di perdono e di accoglienza, che iniziamo veramente a costruire la pace.

Certo è difficile. Ci è facile rispondere a un’offesa con un’altra offesa. Ricambiare un torto con un altro. Rispondere alla violenza con una violenza ancora maggiore. Ma non è questo che costruisce. Né d’altra parte può un Dio, Madre-e-Padre di tutti, allearsi con progetti di vendetta e pensieri di odio.

 

Sempre il Maestro di Nazareth aggiungeva: “Il Padre vostro sa di cosa avete bisogno, prima ancora che glielo chiediate”. Di questo abbiamo bisogno: di non lasciarci trascinare nella spirale della violenza. Che significa ritrovare la pace e la speranza nel nostro cuore.