VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

27 set 2015

Il pensiero forte e il pensiero rigido

Il coraggio di Dio

Sono passate da poco le 7,30 del mattino. È domenica. A quest’ora Radio1 è aperta al Culto Evangelico. Leggono una pagina dal libro dei Numeri, un libro della Bibbia (il suo vero nome è Bemidbàr, Nel deserto) che risale a oltre duemila500 anni fa: cinque sorelle si ritengono defraudate di un loro diritto. Così almeno esse pensano. Perché la legge non le riconosce capaci di ereditare il nome e il patrimonio del padre che è morto senza figli maschi.

«Si fecero avanti le figlie di Selofcàd, (...) che si chiamavano Macla, Noa, Ogla, Milca e Tirza. Si presentarono davanti a Mosè, davanti al sacerdote Eleazaro, davanti ai capi e a tutta la comunità all’ingresso della tenda del convegno, e dissero: “Nostro padre è morto nel deserto (...) senza lasciare figli maschi. Perché il nome di nostro padre dovrebbe scomparire dalla sua famiglia, per il fatto che non ha avuto figli maschi? Dacci una proprietà in mezzo ai fratelli di nostro padre”. Mosè portò la loro causa davanti al Signore. Il Signore disse a Mosè: “Le figlie di Selofcàd dicono bene: darai loro in eredità una proprietà tra i fratelli del loro padre e farai passare ad esse l’eredità del loro padre. Parlerai inoltre agli Israeliti e dirai: quando uno sarà morto senza lasciare un figlio maschio, farete passare la sua eredità alla figlia. (...) Questa sarà per i figli di Israele una norma di diritto, come il Signore ha ordinato a Mosè”» (Numeri 27,1-11).

Qualche pensiero di commento, poi la pastora conduce le sue riflessioni verso questa conclusione: sembra che anche la Bibbia ci dica se persino Dio accetta di ridiscutere e negoziare la propria legge, chi siete voi per rifiutare ogni cambiamento barricandovi dietro l’idea che si è sempre fatto così?

 

Quest’episodio, che mi era completamente sfuggito nella mia lettura della Bibbia, mi sembra proprio importante. Davvero grande si mostra questo Dio. Egli non chiede che i suoi precetti siano applicati senza riflettere, senza fare i conti con la realtà della storia. Egli ascolta le sue creature. Alle quali ha donato l’intelligenza e la capacità di ragionare sulle cose della vita. E si mostra capace anche di cambiare idea quando le osservazioni che gli vengono fatte sono ragionevoli. A Mosè che gli porta le ragioni delle figlie di Selofcàd egli risponde che quelle ragazze “hanno detto bene”. E fa cambiare la legge.

Il Dio della Bibbia ha un pensiero così forte che si mostra capace di cambiare le sue leggi quando gli fanno osservare che non sono giuste. Di un’apertura mentale che tanti uomini, che si ritengono autorizzati a parlare in nome suo, non si sognano neppure lontanamente, non dico di avere, ma neppure di riuscire a pensarlo possibile. I nostri cosiddetti princìpi... non sono negoziabili!

 

Un’altra riflessione ora. L’episodio ci mostra l’incontro fra tre persone (gruppi di persone) piene di coraggio. Le cinque sorelle prima di tutti. Esse sono giovani. E donne. Nella società di allora i giovani non avevano diritto alla parola. Meno ancora le donne. Perfino nei tribunali la loro testimonianza era del tutto priva di valore. Queste cinque ragazze prendono il coraggio e si presentano a Mosè e ai capi del popolo per portare quello che esse ritengono un’ingiustizia.

Mosè. Anch’egli si mostra forte e coraggioso. Avrebbe potuto chiudere loro la bocca nascondendosi dietro la legge di Dio: era scritto che esse, in quanto donne, non avevano alcun diritto a ereditare la proprietà del padre morto. Invece le ascolta, le prende sul serio, e va a parlarne con il suo Signore. Il terzo, pieno di coraggio, è il Signore Dio. Egli ascolta la richiesta. E riconosce che le ragazze hanno ragione: quella che fino ad allora era stata la sua legge si rivela sbagliata. E dice a Mosè che d’ora in poi le regole saranno diverse.

 

Questo è il pensiero forte. Quello che permette di ascoltare le ragioni dell’altro. Di aprire un confronto. Anche quando l’altro mette in discussione i nostri schemi mentali, le nostre posizioni. Potremmo dire i nostri princìpi. Sia chiaro, non che l’altro abbia sempre ragione. Ma neanche noi possiamo pretendere di essere sempre dalla parte del giusto. Della verità. Chi non è in grado di ascoltare l’altro, il diverso da noi, in quello che ci porta, nei suoi ragionamenti, nelle sue valutazioni, nelle sue posizioni, è una persona prigioniera di un pensiero rigido. Un pensiero, cioè, che ha paura di mettersi a confronto con altri pensieri. Perché teme di rompersi, di frantumarsi. Ma un pensiero rigido non è un pensiero forte. Esso esprime debolezza. Fragilità. Che però cerchiamo di nascondere, perfino a noi stessi, aggrappandoci ai nostri princìpi, alle nostre verità.

 

Il coraggio di quelle cinque ragazze, il coraggio di Mosè, il coraggio del buon Dio, se li guardiamo, possono diventare un buon insegnamento per imparare a coltivare la forza e il coraggio dell’ascolto quando ci troviamo di fronte a pensieri e posizioni che ci chiedono di rimetterci in discussione.