VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

23 nov 2014

25 novembre. Giornata internazionale sulla violenza contro le donne

La donna e... le religioni

Ogni anno si ripresenta. È il 25 novembre. Ci dicevamo già l’anno scorso, ma ripeterlo non ci fa male, che è proprio un brutto giorno per noi uomini. Un giorno di vergogna. È la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’ONU nel 1999.

Quest’anno proviamo a guardare una forma molto sottile di violenza, che rischiamo di alimentare ricorrendo addirittura a insegnamenti e tradizioni sostenuti in nome della religione. Delle religioni. Un po’ in tutte le parti del mondo. E pur nella differenza, anche grande, tra l’una e l’altra, le istituzioni religiose si prestano a questo gioco. Ci riflettiamo perché è solo la consapevolezza, dei pensieri e dei comportamenti, che ci aiuta a correggere ciò che potrebbe e dovrebbe essere cambiato.

 

Noi sappiamo che le religioni nascono e crescono all’interno di una data cultura. Al punto che molte volte è difficile distinguere ciò che appartiene all’una da ciò che appartiene all’altra. Il cristianesimo e la cultura occidentale, l’islam e il mondo arabo, l’induismo o il buddismo e il pensiero orientale hanno camminato e camminano mano nella mano. È un male? No. È così. Semplicemente. Perché se i credenti, nel guardare la propria religione, vi riconoscono la mano divina, nella concretezza del quotidiano, poi, essa si attua con modalità che appartengono alla cultura e alle tradizioni di quella parte di mondo.

 

Solo due esempi. Nel Corano è scritto: «Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle... Quanto a quelle di cui temete degli atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele» (Sura 4, 34). Nella Bibbia troviamo: «Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea» (1a Corinti 14,34-35).

Nessuno, credo, può sostenere che queste parole vengono dal Dio grande e misericordioso del Corano, o dal Dio della Bibbia che nell’uomo e nella donna vede riflessa la propria immagine. È chiaro che apparteneva alla cultura del mondo arabo del VII secolo che l’uomo fosse ‘proprietario’ della donna, così come era nel pensiero greco romano, sei secoli prima, che la donna non avesse voce nella politica e nella gestione degli affari pubblici.

 

Ora il problema si ripresenta quando noi uomini di oggi – uomini maschi – vogliamo addirittura ricorrere a queste tradizioni per continuare e consolidare il nostro potere sulla donna. Perché questa manovra la facciamo perfino nell’organizzazione delle comunità dei credenti.

Mi chiedo come sia pensabile che Dio desideri che alle donne sia proibito pregare insieme agli uomini nella moschea. Se i nostri fratelli musulmani vogliono davvero vivere la religione come una relazione di fiducia con Allah, non possono continuare a nascondersi dietro tradizioni che alimentano violenza verso le donne. Non possono più nascondersi dietro presunti ‘valori religiosi’ per continuare a considerare la donna una proprietà dell’uomo: del padre come figlia, del marito come moglie, e del figlio maschio nella sua vecchiaia.

 

E noi? A casa nostra?

Noi cristiani, credo, abbiamo bisogno di ri-ascoltare l’insegnamento del Maestro. Che con la sua vita, senza tanti ragionamenti né disquisizioni dottrinali, ha avuto la forza di sciogliere e superare quei vincoli culturali che mettevano la donna in posizione d’inferiorità e di sudditanza. Tra i suoi ha voluto con sé delle donne discepole, nonostante fosse disdicevole questo per un vero Rabbi. Ci ha lasciato incontri e conversazioni con alcune donne che sono pilastri nel suo insegnamento: la donna samaritana, la donna prostituta in casa di Simone. La più grossa che ha fatto, poi, è stato affidare a una donna, Maria di Magdala, il compito di annunciare agli altri discepoli che era risorto: la testimonianza di una donna non aveva nessun valore ai suoi tempi. Figuriamoci una che portava una notizia così... incredibile.

Le nostre chiese vedono presenti molte più donne che uomini. Eppure nei posti di responsabilità e di guida troviamo sempre e soltanto dei maschi. Le chiese riformate (i protestanti), attente nell’ascolto dei cambiamenti culturali dei nostri tempi, hanno avuto la forza di affidare anche a delle donne compiti di vera responsabilità. Perfino come pastori. Chi sa, tra fratelli qualcosa riusciremo a imparare anche noi... dal momento che Dio non fa preferenza di persone e di fronte a lui non c’è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, poiché tutti siamo uno in Cristo Gesù (cfr. Galati 3,28).