VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

28 lug 2013

Per una buona estate

Con oggi ci salutiamo. Il nostro settimanale va in vacanze per un mese. Lui va in vacanze. E noi? Lo so, questa è una brutta domanda, soprattutto in un periodo così difficile come quello che stiamo vivendo. Le vacanze sono diventate, per la maggior parte di noi, un vero lusso. Ma non è di questo che voglio parlare con voi in questo giorno di saluti.

Vorrei entrare, invece, proprio dentro la parola vacanze. Perché è una parola strana. Da una parte essa ci attira e si rende desiderabile. Dall’altra, però, ci parla di vuoto. Il latino vacuum, da cui origina la parola vacanza, significa proprio vuoto.

Da bambini questa parola ci arrivava come la più desiderabile, dal momento che essa ci parlava di quel tempo in cui – finalmente! – non dovevamo andare a scuola. Ma erano proprio vuote le nostre vacanze? Tutt’altro direi! Erano piene di tante cose piacevoli: potevamo restare a casa, andare a dormire un po’ più tardi la sera e svegliarci con calma il mattino dopo, giocare con i nostri amici e passare tanto tempo con loro. Insomma, un tempo pieno di cose belle che ci facevano trovare il sorriso e il piacere di vivere le nostre giornate.

 

Poi siamo diventati adulti, e questa parola ha iniziato ad assumere un significato diverso. Sì, c’è sempre il ritrovarci liberi dagli impegni e dal peso del lavoro di tutti i giorni, ma accanto a questa libertà ha cominciato a farsi sentire anche quel vuoto che la parola stessa nasconde. Ecco, proprio qui vorrei entrare con voi. Dentro questo vuoto che rischia di portare con sé un senso di amarezza. Una specie di timore. Che diventa tristezza, o addirittura noia. Perché non è il vuoto che la nostra anima desidera. Lei non ama la noia, il tirare a campare, il lasciarci andare dietro a pensieri che si accavallano e non ci portano da nessuna parte.

Il tempo delle vacanze può diventare allora un tempo di attenzione. A noi stessi. Ai nostri pensieri e a quelle domande che nel resto dell’anno lasciamo lì, da parte, perché abbiamo altro da fare. Un tempo in cui fermarci un po’ per guardare dove siamo e dove stiamo camminando, presi sempre dalla fretta e dalla corsa che imprigionano le nostre giornate.

 

Noi viviamo nella società del FARE. Il nostro valore si misura sulla base di quanto produciamo. Tutti ci parlano del Prodotto Interno Lordo come misura dello stato di benessere di una nazione. E una misura analoga dobbiamo in fondo utilizzare per valutare la salute della nostra economia privata. Quella della nostra famiglia. Nessuno sa proporci modelli diversi o criteri di valutazione che si discostino da questi. E finché non troveremo strade nuove, è a questi parametri che dobbiamo dare la nostra attenzione.

 

Chiediamoci però se tutta quest’attenzione che dobbiamo alla nostra capacità produttiva, non ci stia portando lontani da un altro bisogno, che pure ci appartiene. Il bisogno di PENSARE. Il bisogno di dare e trovare un senso e un significato a quanto stiamo facendo. Un senso e un significato al fatto che siamo su questo mondo e stiamo vivendo questa vita. La macchina della produzione è esigente. Ci prende il tempo, le energie. Ci cattura l’attenzione. Rischia di stritolarci nei suoi ingranaggi che richiedono sempre di più. Sempre di più.

Ma che senso ha tutto questo? Viviamo. Con il rischio di non accorgerci neanche che siamo arrivati a trenta, quaranta, sessant’anni. E a chi ci chiedesse cosa stiamo facendo, che senso ha tutto questo… cosa sapremmo rispondere?

 

Ecco. Le vacanze! Arrivano a fagiolo, possiamo dire. Questo è l’invito che ci facciamo. E l’augurio che possiamo scambiarci nel dirci Buone Vacanze! o Buona Estate! Che possa essere un tempo in cui il nostro pensiero possa respirare. Liberi, per qualche giorno, dalla catena della produttività, facciamo respirare la nostra anima. Diamo una pulitina a questa parte di noi, arrugginita, rimasta lì. Convinta di essere inutile nel regno della produzione ad ogni costo.

Ma non è così. “Da quando ho scoperto di essere malato la mia vita è cambiata. Tutte quelle cose che prima riempivano i miei pensieri ed erano fonte di preoccupazioni, di conflitti, di lotte all’ultimo sangue… tutto è cambiato”. Tutti avremo sentito parole simili, da un amico o da un parente. O, forse, l’abbiamo detto noi stessi se la vita ci ha già messi di fronte a questa difficile esperienza. Perché, allora, aspettare che ci piombi addosso un evento tanto drammatico per ascoltarci un po’? Per ascoltare quelle domande che sono scritte nella nostra intimità. Nel profondo della nostra anima – che significa: nella parte più vera di noi stessi.

 

Regaliamoci, questi giorni, qualche minuto per stare con noi. Prendiamo in mano un buon libro. Scambiamoci qualche pensiero di vita con un amico. Nella tradizione Taoista si dice che l’erba e le piante raggiungono l’illuminazione. Nella Bibbia è scritto che animali e piante cantano le lodi di Dio. Regaliamoci qualche momento d’incontro con la natura: è maestra di silenzio e maestra di ascolto.