VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

27 ott 2013

Riflessioni in merito alla morte di Erich Priebke

L'insegnamento della madre terra

Era il 16 ottobre 1943. La mattina di quel sabato i nazisti entrano nel ghetto di Roma e arrestano 1259 ebrei. Duecentotrentasette poi vengono rilasciati. Tutti gli altri, 1022, deportati ad Auschwitz. Solo sedici torneranno a casa.

Il 16 ottobre 2013, settant’anni dopo, c’è il corpo di un uomo, morto, che non riesce a trovare un posto dove riposare. Né un funerale che l’accompagni. È il corpo di Priebke, l’ufficiale nazista che nel marzo del ’44 esegue l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

 

Una strana coincidenza, diremmo. Una coincidenza difficile. Settant’anni precisi.

Un maestro di psicologia del secolo scorso, C. G. Jung, usa un’altra parola per indicare fatti o fenomeni che si presentano in un modo così inusuale. Sincronicità. E riflettendo su questi fenomeni, aggiunge un invito ad osservare come ci poniamo di fronte a fatti di questo genere: solitamente noi guardiamo soltanto che due fatti sono avvenuti nello stesso giorno, e lì ci fermiamo; una mente più aperta, invece, si chiederebbe quale significato si nasconde dietro una tale coincidenza. E cercherebbe di coglierlo.

Anche se la nostra razionalità sorride di fronte a una domanda di questo genere, a me piacerebbe tenerla aperta. Certo, nessuno ci darà mai la certezza che una coincidenza di date non sia pura casualità. Ma non capita anche a voi di fermarvi a pensare, e di intravvedere, in certe coincidenze, qualche significato o qualche ‘messaggio’ particolare?

 

È un messaggio della Vita? Del Caso? Settant’anni precisi separano queste due date. E la prima cosa che ci dicono, a me sembra, è un invito ad osservarci. A chiederci se i nostri pensieri di oggi siano davvero così lontani da quello spirito che allora stava accecando gli animi dei nazi-fascisti. Uno spirito che ha nome rappresaglia, vendetta, odio. Come poteva la mente umana concepire l’idea di catturare migliaia di persone innocenti e portarle, ammassate in vagoni-bestiame, in campi di concentramento per poi chiuderli nelle camere a gas? Come poteva la mente umana – ripeto, umana – concepire l’idea di catturare più di trecento persone, che non avevano fatto niente, e trucidarle ricoprendone poi i corpi con la dinamite, solo per vendicarsi di un attentato subìto in un contesto di guerra?

 

Il nostro 16 ottobre ha visto gli scontri tra dimostranti e neonazisti di fronte alla bara di un uomo. Dimostranti, diciamo, e neonazisti. E, istintivamente, collochiamo gli uni da una parte e gli altri dall’altra. E questo corrisponde a verità. Ma facciamoci una domanda: siamo proprio sicuri che lo spirito che spingeva gli uni e gli altri a tanta violenza fosse così diverso? Il mio dubbio è che certe parole, tremende – rappresaglia, vendetta, odio –, continuino a rappresentare sentimenti che ancora vivono nel cuore degli uomini. Anche ai nostri giorni.

 

Parce sepulto” dice lo spirito di Polidoro a Enea che, mentre raccoglie dei rametti in un cespuglio che nasce su quella terra che ricopre il suo corpo, ne vede uscire del sangue. Risparmia un cadavere.

Non dovremmo, noi umani, coltivare nel nostro cuore sentimenti di pietà verso un morto? Certo, è giusto che un uomo paghi per i suoi errori e per i crimini di cui si è infangato. La società ha diritto ad essere risarcita del danno subito, così come ne hanno diritto le vittime di un’azione criminale. Il carcere, un impegno di lavoro, socialmente utile e non retribuito, che ripaghi, almeno un po’, del danno arrecato… sono forme di risarcimento giuste e doverose.

Ma un cadavere!

«Tutti gli uomini hanno sulle spalle un giogo pesante, da quando escono dal grembo materno fino a quando ritornano alla terra che è madre di tutti. La loro preoccupazione e l’angoscia interiore stanno nel pensare al futuro, al giorno della morte». Così scrive il Figlio di Sirac in un libretto di duemiladuecento anni fa (Siracide 40,1).

 

Un cadavere. Sono soltanto i resti di un uomo. La sua ombra. L’ombra di un criminale, certo. Ma la terra, che è madre di tutti, è capace di accogliere il corpo di ogni suo figlio. E ci invita a ritrovare quel senso di pietà e di compassione anche verso chi all’umanità ha saputo portare prevalentemente rovina e morte.

Vi confesso: per un momento anche in me ho colto un sentimento di ribellione di fronte al pensiero di dare una sepoltura a un essere umano che in vita sembra aver rinnegato ogni umano sentimento. Ma so bene che anch’io – come, credo, parte di voi – ho bisogno di fermarmi e ascoltare l’insegnamento della terra, che è madre di tutti. Perché il parce sepulto che arriva dall’aldilà, non è in realtà che la voce di questa madre che ci invita a vigilare perché il nostro cuore, oltre-passando quei sentimenti di rappresaglia, odio, vendetta, possa ritrovare un respiro di pace e, passo dopo passo, di perdono.