VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

1 set 2013

Le stelle e... i desideri

Vi è mai capitato che vi abbiano detto: ho due notizie, una buona e una cattiva, quale vuoi per prima? Mi stavo facendo anch’io questa domanda oggi, alla ripresa dei nostri incontri settimanali. Alla fine ho deciso di cominciare da quella buona. La cattiva per la prossima volta.

 

Alzi la mano chi di noi non ha mai espresso un desiderio quando, in agosto, da bambini o da adulti, guardavamo – guardiamo – le stelle cadenti! Il fascino del cielo stellato non ce lo toglierà mai nessuno. Neppure l’astronomia né l’astrofisica, che pure ci dicono che le stelle altro non sono che dei soli, come il nostro, collocati in un universo in espansione, ad anni luce di distanza dal nostro ‘piccolo’ sistema solare.

Gli antichi guardavano le stelle e le vedevano comporre figure che assumevano ai loro occhi significati e immagini cui davano nomi di fascino. Orione, Wega, Prometeo, il Piccolo e Grande Carro. Gemelli, Vergine, Sagittario, Leone… nomi che ancora ascoltiamo e guardiamo con un misto di stupore e di mistero. Stupore e mistero che neppure la razionalità scientifica né la fredda astronomia riescono a sciogliere.

“Di che segno sei?” chi non l’ha mai chiesto? O, più ancora, chi non se l’è mai sentito chiedere? Ci abbiamo costruito caratteri e tratti di personalità. Perfino segni di un qualche destino che le Stelle hanno scritto per ciascuno di noi e che noi, giorno dopo giorno, tentiamo di decifrare.

Confucio diceva che le stelle sono dei buchi nel cielo attraverso i quali la luce dell’Infinito giunge fino a noi. Nei testi biblici sovente il Creatore invita a guardare le stelle del cielo e sfida i suoi interlocutori a contarle: per dire che tanta è la sua generosità e la sua cura per noi. Le sue creature.

Certo, di fronte alla grandezza di un cielo stellato non possiamo che sentirci piccoli piccoli. È vero che questo cielo lo stiamo perdendo: l’inquinamento luminoso delle nostre città ce ne priva e magari noi neanche ce ne accorgiamo. Che peccato! Qualche giorno fa mi raccontava un amico, che era con la sua famiglia in montagna, che una sera in cui erano usciti a fare due passi il suo bambino di cinque anni, guardando il cielo, gli ha detto: “Babbo, ma le stelle sono vere!”.

 

Sì, piccolo mio, le stelle sono vere. Come sono veri i nostri desideri. Guardiamola questa parola. Desiderio. Perché essa nasce proprio dalle stelle. De-sidera: che proviene dalle stelle (dal latino de = da + sidera = stelle). Non sono i desideri la grande energia che ci accompagna nella vita? Proprio come le stelle, fonte di luce e di calore nell’universo.

È vero, troppe volte noi confondiamo i desideri con i bisogni. Fino a restare, di questi ultimi, prigionieri. La nostra fisicità può trarci in inganno. Come se questa esaurisse tutte le dimensioni della nostra esistenza: ci scopriamo allora prigionieri del cibo, o del sesso, o del bisogno spasmodico di accumulare di tutto e di più. Come incapaci di attraversare questi confini, di oltrepassarli, e poter entrare nel territorio dove la nostra anima (la nostra dimensione psichica e spirituale) possa vivere incontri di amicizia, di amore, di condivisione di pensieri e domande che diano respiro al nostro cuore e ci facciano sentire vivi. Inseriti nel fluire della Vita. De-sidera: una stella tra le stelle.

 

Venti giorni fa mi trovavo nella sala d’attesa di un centro medico. Sette, otto persone, con qualche bambino. Ce n’era una, sette anni. Aveva in mano un libro e lo leggeva. Tutta presa. Aveva fatto appena la prima elementare: un ditino cui qualche volta chiedeva aiuto per non perdere il segno ne faceva la spia. C’erano solo due libri in quella stanza: il mio, un vecchio intellettuale, e il suo, una bambina di sette anni che lo teneva e lo accarezzava con tutta la passione del suo cuore.

Un desiderio?

Sì. Questo è un mio grande desiderio. Che i nostri bambini imparino a leggere. I libri. Imparino ad amarli. Che non diventino prigionieri di quegli aggeggi tecnologici che t’imballano il cervello e la mente. E il cuore. Ma per fare questo, i nostri bambini hanno bisogno di noi. Hanno bisogno di vedere che il babbo, la mamma, un nonno… e perfino la maestra e i professori, un libro lo sappiano tenere in mano. Hanno bisogno di scoprire che gli smartphone e i tablet non c’insegnano a pensare. A ragionare con la nostra testa. Certo, ci offrono tanti stimoli, possono portarci tante informazioni. Ma non ci lasciano il tempo per pensare. Per sentire. Per ascoltare anche i nostri pensieri. Non c’insegnano a tenere una penna in mano e a dare la parola alle nostre domande e alle nostre riflessioni.

A scuola insegniamo l’uso dell’informatica. Come non farlo? Ma non dimentichiamo d’insegnare che essa è uno strumento. Non l’obiettivo.

 

Chi sa se una stella cadente saprà ascoltare questo mio de-siderio!