VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

9 giu 2013

I figli nostri e i figli degli altri

Rinki, una bambina indiana di 11 anni è stata bruciata viva dalle mamme di due amichette per aver ‘fatto la spia’. Le bambine si erano introdotte nell’orto di un vicino e vi avevano rubato dei melograni. L’indomani la piccola, interrogata, l’aveva confessato al proprietario dell’orto, facendo i nomi delle sue ‘complici’. L’uomo era andato a lamentarsi con i genitori delle altre bambine, suscitando l’ira delle madri che si sono volute vendicare. Due di loro sono andate a casa di Rinki con una tanica di benzina e, visto che era sola, l’hanno cosparsa con il liquido infiammabile e le hanno dato fuoco.

Non serve aggiungere che la bambina è morta.

Dobbiamo aggiungere, invece, una parola: perché? Né ci basta dire che è successo in un paese tanto lontano da noi. Fatti di cronaca con bambini picchiati, aggrediti, fatti oggetto di violenza, di abusi; con bambini trascurati, dimenticati da genitori che si lasciano catturare dai propri conflitti, fanno parte delle nostre storie quotidiane. Ci parlano dei nostri bambini.

Visto? Ho scritto nostri bambini. Come se i bambini appartenessero a qualcuno, magari a noi adulti, ai genitori che li hanno messi al mondo. Ma i bambini non appartengono. I bambini sono. E non sono di qualcuno. Essi sono per loro stessi. Essi appartengono alla Vita. E a noi, gli adulti, essi vengono affidati perché sappiamo custodirli, prendercene cura. Esser loro vicini finché non saranno in grado di camminare da soli, con le loro gambe, lungo i sentieri che li attendono.

 

Un proverbio indiano dice: “Una mamma che educa un bambino educa un uomo, una mamma che educa una bambina educa un popolo”. Ha il suo fascino, ma non mi piace. Intanto perché mi porta a chiedermi quale educazione avranno ricevuto queste due madri – un tempo anche loro bambine – se sono arrivate a un gesto così assurdo. Poi perché queste parole disvelano un pensiero nascosto e molto pericoloso. Come se l’educazione di un figlio fosse compito solo di una madre.

 

No. Non funziona. Per due ragioni almeno.

 

Prima di tutto non funziona perché i figli hanno bisogno di sentire accanto a sé anche il padre. Certo, i compiti sono diversi. Ma lei non può farcela senza di lui. Una madre tuttofare o un padre che si occupi soltanto del proprio lavoro non sono una buona risposta ai bisogni dei figli. Non sarà un caso che la biologia ci ‘costringe’ ad essere in due a mettere al mondo un figlio. E la psicologia ci ricorda che mettere al mondo non è solo una questione di qualche minuto. Mettere al mondo significa mettere nel mondo. Significa che siamo in due a prenderci la responsabilità di custodire, proteggere, accompagnare questo figlio nel rispetto dei suoi tempi e delle sue necessità.

 

C’è poi un’altra ragione che mi fa dice che così non funziona.

Quelle due mamme indiane si sono rivelate vittime di un pensiero povero, ristretto. Ma che, purtroppo, appartiene anche a noi. Non capita anche a noi di avere uno sguardo così corto, miope, che ci fa vedere soltanto il nostro bambino? Pronti a difenderlo da chiunque: perfino dagli insegnanti, quando capita che qualcuno di loro richiami o rimproveri il figlio nostro. Senza voler scomodare quegli episodi esasperati che la cronaca ogni tanto ci mette davanti, di genitori che addirittura picchiano qualche insegnante, sappiamo bene che non sono pochi gli insegnanti che si trovano prigionieri di certi genitori! Se qualche tempo fa il richiamo di un insegnante veniva non solo accolto, ma addirittura rafforzato dal richiamo dei genitori, oggi tanto spesso capita che i genitori aggrediscono l’insegnante che ha ‘osato’ fare un’osservazione al loro amato figlioletto.

Ma uno sguardo così corto non solo c’impedisce di avere quella buona e sana distanza che ci permetterebbe di attivare le correzioni necessarie per un sano sviluppo; uno sguardo così miope ci porta a non accorgerci che al mondo ci sono anche altri bambini: noi diciamo “i bambini degli altri”. Ci porta a vivere come se una volta che stiamo bene noi e i nostri figli, stanno bene tutti. Agli altri ci penseranno gli altri!

E senza accorgerci diventiamo indifferenti alle situazioni di disagio che possono incontrare i bambini. Quelli che non sono nostri. Succede così che un bambino che a scuola ha un ritmo di apprendimento più lento non ci piace che stia nella stessa classe di nostro figlio, perché così “fa rallentare tutta la classe”. Figuriamoci poi se ci viene in mente di farlo venire qualche volta a casa nostra o di accompagnare il nostro bambino a casa del suo compagno…

 

Se fra vent’anni il nostro bambino sarà un giovane adulto, non dovrà egli vivere insieme con quelli che oggi sono bambini come lui? Perché allora non allargare il nostro sguardo e scoprire che essere attenti anche ai bambini degli altri significa in realtà essere ancora più attenti al nostro?