VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

1 lug 2012

Tibet-Cina 0-1

L’ultima partita Tibet - Cina si è giocata a Milano. E ancora una volta a perdere è stato lui, il Tibet. Io non capisco di calcio, so però che gli esperti e gli appassionati, dopo ogni partita, si fermano ad analizzarne la dinamica per comprendere le ragioni che hanno portato alla vittoria o alla sconfitta.

 

Analizzare le partite Tibet - Cina mi sembra piuttosto facile. Il problema è uno solo: i due paesi non schierano in campo giocatori alla pari. La Cina mette i suoi dollari e tutta la sua potenza economica, il Tibet i suoi valori: libertà, pace, non-violenza, spiritualità.

E quando la libertà e la pace si confrontano con i soldi, state tranquilli che questi ultimi vincono sempre. Lo sappiamo in partenza.

Lo sappiamo perché questi siamo noi. Non facciamoci illusioni. Siamo noi mondo occidentale, noi società civile e – troppe volte, purtroppo – anche noi società di credenti (= chiesa): di fronte ai ricatti economici siamo subito pronti a cedere e a darla vinta a chi è in grado di farne.

 

Il Comune di Milano aveva in progetto di dare la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Ma i ventilati ricatti del Governo cinese hanno fatto subito rientrare questo progetto così pericoloso per quel Governo che vive come la più grande minaccia qualunque riconoscimento dato a questo vecchio monaco che sta portando nel mondo parole di pace e di non-violenza.

Certo, è assolutamente comprensibile questa presa di posizione se proviamo a ricordare che dal 1959 la Cina occupa militarmente e politicamente il Tibet e ne sta distruggendo la cultura e la popolazione. Il Governo cinese sa molto bene che questa sua politica è solo frutto di sopruso e prepotenza.

 

Il problema è che sa altrettanto bene che nessuno – né Nazioni, né Organizzazioni Internazionali, né Chiese – lo costringerà a tornarsene a casa e a lasciare che il popolo tibetano ritrovi la sua libertà e i suoi valori. Nonostante questo, però, continua a ‘temere’ questo vecchio monaco che parla di pace e di non-violenza.

E secondo me fa bene a temerlo. Perché ogni attenzione al Dalai Lama è una riaffermazione a livello mondiale di questo sopruso che continua nei confronti di un popolo libero. Ogni gesto di riconoscimento nei suoi confronti ripropone agli occhi del mondo intero, e agli occhi dello stesso Governo cinese, l’inciviltà e la disumanità della sua politica, sia militare che civile.

 

Può un simile Governo, incapace di rispettare i più elementari diritti civili del suo popolo, cambiare il proprio atteggiamento e la propria scala di valori? Impossibile.

Impossibile anche perché noi – nazioni civili e libere – ci lasciamo ricattare da chi sa mettere in campo una grande potenza economica, anche se questa si regge sulla negazione di ogni libertà e su una gestione della cosa pubblica che ignora ogni dignità degli esseri umani.

Tutti sappiamo delle innumerevoli condanne a morte eseguite in grande segreto. Tutti sappiamo degli aborti di stato per non far nascere bambine (perché queste, da grandi, faranno figli e aumenterebbe così il numero della popolazione). Tutti sappiamo delle proibizioni a superare il numero di figli stabilito dal regime. E, per ritornare al Tibet, tutti sappiamo della continua trasmigrazione di cinesi in territorio tibetano con l’obiettivo di annientarne la storia e le radici. Quando sei anni fa andai in Tibet, fra le varie istruzioni che mi venivano date, ce n’era una che mi sembrava particolarmente odiosa. Mi dicevano: quando vai in un monastero, se incontri un monaco che parla bene l’inglese, stai attento a ciò che dici perché con molta probabilità si tratta di una spia del regime, messo lì dal governo per controllare e riferire. Perfino nei monasteri!

 

È vero. Tutti sappiamo tutto. Ma la tristezza è che tutti facciamo finta di non sapere. Come le tre scimmie: non vedo, non sento, non parlo. Così i dollari della Cina continueranno ad entrare nelle nostre tasche e a risollevare le sorti di un’economia che noi per primi non siamo stati in grado di amministrare.

Di fronte a tanto vantaggio, cosa volete che sia un ‘piccolo’ popolo condannato a… morire?!