VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

9 set 2012

L'insegnamento di un grande maestro

Il coraggio del dialogo

Magari vi meraviglierete nel leggere il titolo. Come se per dialogare ci volesse coraggio. In fondo, mi direte, che ci vuole? Basta parlare! E no. Non basta parlare. Ci vuole anche un altro verbo vicino: ascoltare. Perché il dialogo ha due radici: ascoltare e parlare.

 

Mi ha colpito molto che tutti i giornali e telegiornali hanno ripetutamente usato queste parole per salutare il Card. Martini: L’UOMO DEL DIALOGO. Ciascuna testata poi ha sottolineato aspetti e momenti diversi di quest’uomo e della sua vita. Ma tutti, proprio tutti, hanno evidenziato questa sua eredità speciale. Credenti e non credenti, di sinistra e di destra, laici e cattolici, tutti ne hanno riconosciuto il grande coraggio. Il coraggio di tenere aperti la mente e il cuore in un ascolto continuo dell’altro. Convinto che ciascuno possa portare qualcosa che aiuta ad avvicinarci alla verità.

 

Nel Vangelo, Gesù di Nazareth diceva che è il suo Spirito, «lo Spirito di verità», che ci «guiderà alla verità tutta intera» (Giovanni 16,13). Questo è il cammino dell’uomo sulla terra e non avrà termine se non alla fine del tempo: porsi in ascolto perché «lo Spirito soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Giovanni 3,8). Non sono facili queste parole, perché non riusciremo mai ad esaurirne il significato. Avremo sempre bisogno di coglierne aspetti diversi e nuovi, tanto sono ricche. È così, del resto, «di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Matteo 4,4). Ma non per questo possiamo sentirci autorizzati a chiudere i nostri orecchi e a sterilizzare la nostra ricerca.

 

L’uomo del dialogo, Carlo M. Martini, è stato grande ascoltatore della Parola di Dio. Noi lo definiamo studioso della Bibbia. Ma lo studio della Bibbia è vero studio solo se diventa ascolto. Perché in essa è contenuta la Parola del Signore. Quest’uomo che ci ha lasciati, credo che proprio lì abbia imparato ad ascoltare. Lì ha imparato che prima ancora di parlare, anzi, proprio per poter parlare, è necessario apprendere ad ascoltare.

In una lettera ad un suo allievo e amico scrive: «Penso di sentire parecchie discordanze su quanto tu concludi su diversi punti, ma non posso negare che tu cerchi sempre di ragionare con rigore, con onestà e lucidità, e che hai il coraggio delle tue idee…». Perché dialogare non significa condividere in tutto il pensiero dell’altro. Significa però avere la forza di ascoltarlo. Quindi permettergli di esprimerlo. Anche quando l’altro ha opinioni diverse dalle mie.

Nessuno, del resto, se sufficientemente sano di mente, può pensare di possedere tutta la verità e che chiunque altro sia nell’errore. Ma ci vogliono grande forza e grande coraggio per misurarsi con questo pensiero. E farlo proprio.

 

Se ci guardiamo intorno, tutti possiamo vedere come questa parola – dialogo – sia così tanto invocata e così altrettanto bistrattata. I partiti, le chiese, i sindacati, le scuole, perfino il mondo della ricerca scientifica e accademica… rischiano continuamente di scivolare in un atteggiamento di chiusura verso chiunque sia portatore di pensieri e punti vista diversi da chi siede nei posti di potere. Certo è finito il tempo del «credere, obbedire, combattere». Ma molte volte sembra ancora risuonare più forte il vero obbedire piuttosto che ascoltare. Forse così è stato sempre. In tutte le istituzioni umane. Ma non pensate che questo sia proprio tutt’altro da ciò che chiamiamo dialogo? Il suo perfetto contrario?

 

È bello sentire che il mondo si è commosso alla morte di quest’uomo, e che cerca di ricordarlo proprio come L’UOMO DEL DIALOGO. Anche per me è commovente. E, devo dire, per me è anche fonte di speranza. Dico proprio speranza! Perché se è questo che ci ha colpito – a qualunque gruppo o chiesa o partito o scuola apparteniamo – significa che proprio di questo sentiamo un grande, grandissimo bisogno.

Lo so che non è facile imparare la lezione di questo maestro. Certe ‘materie’ sono proprio difficili da ‘studiare’ e certe lezioni sono dure da apprendere. Ma se ascoltiamo la forza con cui il nostro cuore e le nostre menti ci fanno sentire orfani, ora che non abbiamo più con noi questo maestro del dialogo, allora credo che possiamo anche provarci ad aprire la mente e il cuore anche a chi porta pensieri diversi dai nostri.

Io credo che Carlo M. Martini, che sapeva ascoltare la Parola contenuta nella Bibbia, ci inviti a coltivare in noi e tra noi questo verbo. Ascoltare, la prima radice del dialogo.