VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

13 feb 2011

DOV’ERA DIO?

Abbiamo ricordato, la settimana scorsa, l’Olocausto. Che gli ebrei chiamano Shoàh (= desolazione, catastrofe). Un avvenimento che ha portato l’uomo ad uno dei momenti più bui della sua storia. Distruggere, eliminare dalla faccia della terra intere popolazioni. Ci chiedevamo insieme come sia potuto avvenire un fatto simile. Come sia potuto avvenire che un popolo potesse concepire - e attuare - un progetto del genere.

Vite indegne di essere vissute, dicevano. Quindi ausmerzen, eliminare! E con questo slogan, quasi una parola d’ordine, giustificavano la decisione di eliminare i bambini disabili, i malati di mente, le persone che appartenevano ad altre storie e ad altre culture. Le persone che potevano inquinare la purezza della razza.

Solo a sentirle, oggi, queste parole, ci fanno venire i brividi. E ancora ci chiediamo come sia stato possibile che degli esseri umani abbiano potuto ritenere di avere il diritto di decidere quale vita è degna di essere vissuta e quale no.

Domenica c’eravamo lasciati invitandoci a non dimenticare. Per non correre il rischio di ricaderci.

 

Oggi proviamo a guardare da un altro punto di vista. E lo facciamo lasciandoci interrogare da una domanda che era messa in grande evidenza in un manifesto, proprio questi giorni: Dov’era Dio ad Auschwitz?

Nel manifesto questa domanda era sotto l’immagine di uno dei tanti internati di Auschwitz - Massimiliano Kolbe, prigioniero 16670 - che, nel campo di concentramento, quando per una rappresaglia vengono scelti dieci prigionieri da condannare a morire di fame, si offre di prendere il posto di uno di loro che supplicava di essere risparmiato perché a casa aveva una famiglia che lo aspettava. Incapaci di cogliere la grandezza di un gesto del genere, le guardie accettano lo scambio, e questo sacerdote di quarantasette anni entra con gli altri nove nel bunker della fame. Era il 1941.

 

Dov’era Dio ad Auschwitz? Di certo Dio era nel cuore di quest’uomo, capace di conservare la dignità e la libertà di un essere umano. Capace di un vero gesto d’amore, se è vero che “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15,13).

Ma questa risposta, pur vera e profonda, non ci basta. Perché a tutti noi viene naturale chiederci il perché Dio, che Gesù ci presenta come Padre amorevole e attento ai nostri bisogni, non sia intervenuto per impedire una tragedia del genere.

 

Proviamo allora a tenerla, questa domanda, e a non farci spaventare dal peso enorme che essa porta nel nostro cuore.

Il punto è che la risposta non andrebbe ricercata tanto lontano. Un credente sa che Dio è nel cuore dell’uomo. Un Dio astratto, fuori dal mondo, collocato in un altrove indefinito e lontano, è solo un’astrazione della mente. Il dio dei filosofi, se vogliamo. Ciò significa che, allora, per trovare Dio diventa necessario cercare l’uomo. Per questo, quindi, la domanda inevitabilmente diventa: Dov’era l’uomo ad Auschwitz?

 

L’essere umano, in tutto l’universo da noi conosciuto, è l’unico vivente dotato di libero arbitrio. Un essere, cioè, capace di fare le sue scelte. Di scegliere tra il bene e il male. In ogni momento e in ogni epoca storica. Ma, se capace di scegliere, è anche capace di sbagliare.

Il mito biblico della creazione sembra contenere una ‘verità’ straordinaria. Inconcepibile per la nostra mente. Il Dio creatore dà all’uomo la Sua stessa vita (il suo ‘respiro’) e con essa la libertà. E a quest’uomo Egli affida la cura e la gestione del mondo. Il Dio creatore affida il mondo alla sua creatura. Lo mette nelle sue mani.

 

Se ci fermiamo a riflettere su questa visione che la Bibbia ci dà della storia e se proviamo a prenderla sul serio, non possiamo evitare di dirci due pensieri. Anche se non sono facili da accettare.

 

Il primo. La libertà, quello che tradizionalmente chiamiamo libero arbitrio, ci mette nella condizione di poter decidere dei nostri comportamenti. Quindi nella condizione di doverci assumere le nostre responsabilità. La responsabilità delle nostre scelte. Nel bene e nel male.

 

Il secondo. Che è più difficile da cogliere, ma pure inevitabile.

Donando all’uomo la libertà di scegliere, Dio stesso pone un ‘limite’ alla Sua onnipotenza. Perché la Sua grandezza sta proprio nel fatto che Lui per primo rispetta fino in fondo la nostra libertà e responsabilità.

Lui non ci fa un dono, sia pure così grande e ‘rischioso’, per poi ritirarlo quando vuole. In un certo senso possiamo dire che donandoci la libertà, Egli ‘costringe’ sé stesso alla coerenza, alla fedeltà verso la sua creatura, l’uomo, anche quando questa ne fa un uso negativo. Nel mito del paradiso terrestre - mito che parla delle radici dell’umanità - troviamo che la possibilità di sbagliare nelle scelte tra bene e male ha sempre accompagnato la storia dell’uomo.

 

La grandezza del Dio della Bibbia è proprio qui. Egli è un Dio che ci tiene a prendersi cura della sua creatura. Ma lo fa nel pieno rispetto della libertà che le ha donato.

Nella visione cristiana della storia, incontriamo un Dio che di fronte all’uomo che sbaglia nelle sue scelte, non decide di togliergli la libertà e di agire al suo posto. Ma il suo desiderio di prendersi cura delle sue creature lo porta perfino a mandare tra gli uomini il Figlio. Perché questi possano ritrovare la strada del bene. La strada della vita.

Comportamento impensabile per la nostra mente. E scelta ‘tragica’ per come si è evoluta. Perfino questo Figlio è diventato vittima delle scelte di male. Al punto che accanto alla domanda Dov’era Dio ad Auschwitz? dovremmo anche chiederci Dov’era Dio sul Calvario?

 

E se abbiamo la forza di ascoltare queste domande, troveremo che davvero la risposta non va cercata troppo lontano. La possiamo trovare se ritorniamo a guardare nel cuore dell’uomo. Nel come ci prendiamo cura del mondo che ci è stato affidato. E che è nelle nostre mani.

(2. fine)