VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

30 mag 2010

PAZIENTI…?

Ho ricevuto una lettera. Sono pensieri che una giovane donna, trentenne, malata di cancro, in dialogo aperto con la Vita, ha voluto condividere con me. Le ho chiesto se potevo metterla sul nostro giornale perché anche altri potessero dialogare con i suoi pensieri. Che a me sono sembrati veri e profondi: pensieri che nascono dall’incontro con la malattia e con il dolore che l’accompagna. Molto coraggiosamente lei mi ha detto di sì. Ecco. Oggi ne ascoltiamo una prima parte: l’incontro con i medici che seguono la terapia.

 

Ieri ho incontrato la dottoressa G.

Sapevo che non sarebbe stato un incontro rasserenante e positivo, lo sapevo perché lei è così, ti dice il peggio, pensa che sia suo dovere farlo. Dopo una premessa fatta sui capelli, sul fatto che cresceranno ma deboli, magari di un altro colore, radi, e sul fatto che il mio aspetto è buono, è arrivata al punto. […] Dopo varie argomentazioni, lei è uscita con “Mi sembra che non afferri che la sua malattia non è controllabile, e che continuare la chemioterapia è l’unico modo per pensare di fermarla. Lei pensa addirittura a farsi una famiglia”. Le rispondo che ho già una famiglia, io, e che i miei progetti sono progetti condivisi.

A questo punto ho smesso di reagire e parlare, mi sono fermata, azzittita, come spesso mi accade quando il cinismo o la freddezza di qualcuno mi disarma. Sentivo di essere debole, di non poterle dire altro.

Sono malata. Mi ero come dimenticata entrando in quella stanza, e l’ho messo bene a fuoco uscendone. Lo sentivo nella mia carne. Non sono sana, non posso desiderare di avere un figlio, non mi è permesso neppure di pensarlo. Quel ripetere “è mio dovere di medico” mi faceva provare quasi rispetto, compassione. Lei ci crede. Lei non ha capito che un medico non ha di fronte a sé solo il corpo di un estraneo, ma tutto il suo essere: anima, psiche, e da ultimo la dimensione corporea che li conchiude. Lei non ha capito che ‘io’, malato e paziente, ho bisogno di progettare e di desiderare, ne ho bisogno per vivere. Se mi viene tolta la possibilità stessa di coltivare il ‘mio orto’, con tutti i desideri e le emozioni che lo rendono fertile, non resta che la possibilità di vegetare, sterile e anoressica. Mi si svuota.

Parlare come parla lei significa uccidere la dimensione profonda di chi attraversa il suo studio, di chi si presenta al suo sguardo; non curarla. Il corpo e l’anima sono un tutt’uno difficilmente districabile. Il corpo rifiorisce quando l’anima e la psiche sono sane, in equilibrio. Per alimentare questo equilibrio servono parole buone, che sono carezze, serve umanità, empatia. Ecco, so di non voler essere curata da un tecnico, ma di avere bisogno di un uomo-donna, della sua umanità.

In ascensore pensavo alle mie parole del giorno prima, alla mia intenzione di non darle potere di ‘uccidere’ le mie speranze e rimandavo le paure-ansie ad un incontro con la dottoressa E. Lei che sa essere prima donna e poi medico, sa cogliere persino il bisogno di un abbraccio, sa confortare dicendo che la terapia va decisa conoscendo i progetti del paziente. Sa anche rinvigorire e generare energia, invitando la paziente che sono a non mollare la possibilità professionale, a dire di sì alla vita e ai suoi progetti per me.

Maria S.

 

Cara Maria, questa volta credo proprio di non dover aggiungere parole mie alle parole che lei ha voluto darci. Come un dono che il suo cuore ha voluto condividere con noi. Mi permetto solo di riprendere uno dei suoi pensieri.

Parlando del suo incontro con il medico, lei dice: “La dottoressa non ha capito che un medico non ha di fronte a sé solo il corpo di un estraneo, ma tutto il suo essere: anima, psiche, e da ultimo la dimensione corporea che li conchiude”.

 

Duemila400 anni fa un uomo, che la medicina moderna considera suo fondatore e maestro, Ippocrate, insegnava ai suoi allievi che non è la malattia che va curata, ma il malato. Ciò significa che buon medico è colui che sa tenere presente la persona intera, non solo la parte del corpo malata. La nostra medicina, che pure ha fatto progressi impensabili al tempo di Ippocrate, ha però dimenticato questo grande insegnamento. E rischia di tradire sé stessa, chiudendosi in una miopia che appare sempre più irreversibile: i suoi occhi non riescono più a vedere la persona che soffre, la persona malata. Da medicina che deve prendersi cura di un essere vivente, si sta riducendo ad una medicina degli organi: il cuore, il cervello, lo stomaco, i polmoni, ecc. Come se questi fossero parti di una macchina, senza vita.

 

Purtroppo nei corsi universitari non viene fornita ai nostri medici nessuna preparazione su come rapportarsi con i pazienti. E questa è una mancanza. Una grave mancanza. Nei corsi di specializzazione in psicoterapia, mi trovo spesso a ricordare con gli allievi (che sono giovani psicologi e giovani medici) il significato della parola ‘paziente’. E’ la parola che più spesso viene usata per indicare chi è malato. Paziente nasce dal latino patiens che significa ‘colui che soffre’. Cioè una persona che soffre. Non semplicemente un corpo, peggio ancora, un organo malato.

Insieme ci chiediamo se la medicina moderna - che pure continua ad usare questa parola per parlare dei malati - non stia tradendo perfino il suo linguaggio: come se ‘paziente’ dovesse significare ‘colui che ha pazienza’. Pazienza con le strutture sanitarie, malate di lentezza e di burocrazia. Pazienza con il medico, lo psicologo, l’infermiere… che dimentica il suo compito primario: curare il malato, cioè prendersi cura del malato. Che dimentica che prendersi cura significa prima di tutto ascoltare il dolore, la sofferenza e la paura che accompagnano la malattia. Significa saper ascoltare la persona intera, con le sue paure e i suoi progetti.

Scrive Maria: “So di non voler essere curata da un tecnico, ma di avere bisogno di un uomo-donna, della sua umanità… di chi sa essere prima persona, poi medico”.

 

Grazie, Maria. Per il suo coraggio e per l’insegnamento che ci dà. Che le sue parole possano essere ascoltate da tutti noi che svolgiamo una professione di cura: medici, psicologi, infermieri…

(1-continua)