VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

18 set 2010

LE NOSTRE RADICI

Ci dicevamo, le ultime due settimane, che questi sono giorni ‘caldi’ per alcuni dei nostri fratelli nella fede. Abbiamo incontrato i musulmani nel loro mese di Ramadàn. Oggi proviamo ad incontrare gli ebrei che, proprio questi giorni, vivono due grandi feste della loro tradizione. Il Capodanno e il Giorno dell’Espiazione.

Ora proviamo ad entrare nello spirito di queste due festività. Poi ci faremo una riflessione su certi rischi che noi, oggi, possiamo correre con gli ebrei.

 

Giovedì 9 settembre: il Capodanno (in ebraico Rosh Hashanàh). Nella tradizione ebraica è l’anno 5771 dalla creazione del mondo. Viene anche considerato come il Giorno del giudizio, o il Giorno del ricordo. Ma la riflessione teologica più recente lo guarda come il giorno della rinascita e del rinnovamento. Superando immagini antiche di giudizio - come se Dio sedesse in un’aula di tribunale per giudicare le azioni buone o malvagie degli uomini -, per buona parte della riflessione odierna questi giorni di festa rappresentano un momento prezioso per il rinnovamento interiore. Per ritrovare l’impegno alla crescita spirituale e al cambiamento di abitudini e stili di vita che impediscono l’evoluzione umana.

Gli ebrei si scambiano gli auguri per un anno buono. Partecipiamo anche noi a questi auguri.

 

Sabato 18 è il Giorno dell’Espiazione (in ebraico Yom Kippùr). Noi sappiamo che il sabato per gli ebrei è il giorno del riposo e della preghiera - come il venerdì per i musulmani o la domenica per i cristiani. Questo giorno è il sabato dei sabati, il giorno più santo dell’anno. L’unico giorno in cui il sommo sacerdote poteva entrare nella parte più sacra del Tempio, il Santo dei santi. È un giorno di digiuno completo. Ed è una delle festività più antiche: se ne parla nel Levitico (terzo libro della Bibbia, cap. 16).

Nell’antichità era accompagnata dal rito del capro espiatorio. Queste parole sono diventate poi un modo di dire che usiamo anche noi: quando diciamo che una persona è ‘il capro espiatorio’ in una certa situazione, intendiamo riconoscere che si sta mettendo sulle spalle di questa persona tutta la responsabilità per le cose che non vanno bene. Nella cerimonia antica, attraverso gesti rituali, venivano ‘messi sulle spalle’ di un capro tutti i peccati del popolo, poi quest’animale veniva cacciato nel deserto. Così, allontanato dalla società civile, il capro portava via tutto il male che gli uomini avevano commesso.

Oggi, nella tradizione rabbinica, per gli ebrei questo giorno è diventato un giorno di preghiera e di ricerca interiore. Arricchito dall’impegno di chiedersi reciprocamente perdono per le offese che, nel tempo, ci si è potuti arrecare.

 

Perché queste riflessioni sulle feste ebraiche? Perché tra noi vivono anche gli ebrei. In Italia ce ne sono circa 45 mila. Magari non ci facciamo molto caso, dato che la convivenza ha ormai una lunga storia. Storia di solidarietà e, purtroppo, di tradimenti. Divenuta drammatica negli anni del regime fascista. Superata, ormai, almeno nel mondo occidentale, da una vicinanza e convivenza senza più separazioni. Anche con le varie chiese cristiane (cattolici, ortodossi e protestanti) le relazioni hanno vissuto vicende alterne: tra buone relazioni e relazioni di diffidenza e di sospetto. Antiche e nuove.

 

C’è un rischio, poi, che oggi possiamo correre. Quello di confondere gli ebrei, con la loro tradizione culturale e religiosa, con lo Stato d’Israele. Israele è uno Stato, autonomo e sovrano. Nato, per volere della comunità internazionale, dopo la seconda guerra mondiale. Come Stato sovrano esso conduce una politica che a volte crea divisioni nei paesi occidentali e nelle forze politiche che li governano.

Condividere o non condividere le sue scelte politiche, soprattutto per quanto attiene alla questione di una necessaria convivenza dello Stato d'Israele con uno Stato Palestinese, autonomi e sovrani, non deve coinvolgere il nostro atteggiamento di rispetto per gli ebrei e per le loro tradizioni. Per comprendere meglio: sarebbe come se noi confondessimo la Chiesa (= la comunità dei credenti) con il Vaticano (= uno Stato sovrano).

 

In un’altra occasione abbiamo avuto modo di riflettere sulle origini comuni di ebrei e arabi. E su come, in una dimensione più spirituale, a queste origini anche noi cristiani facciamo riferimento. Il mito di Abramo ci riporta ad una ‘paternità condivisa’. Padre degli ebrei (attraverso Isacco, figlio di Sara) e degli arabi (attraverso l’altro suo figlio, Ismaele, avuto con Agar), e padre di tutti i credenti.

 

E quando noi cristiani leggiamo nella Bibbia la parola Israele, dobbiamo ricordare che essa non rappresenta l’attuale Stato, ma l’antico popolo di Dio con la sua storia, le sue luci e le sue contraddizioni. Quel popolo attraverso il quale ci è stato dato Gesù.

La parola Israele è di significato incerto (può significare ‘Dio lotta’ oppure ‘Dio è il Signore’). Il mito biblico ci racconta che con questo nome viene chiamato Giacobbe (figlio di Isacco, nipote di Abramo) dall’angelo con cui ha ‘lottato’ per una notte intera (Genesi 56,29). D’ora in poi i figli di Giacobbe (= gli ebrei) si chiameranno ‘figli di Israele’, quindi ‘popolo di Israele’.

 

Accanto a ragioni di attualità politica legata alla situazione mediorientale, a ragioni legate alla convivenza civile con gli ebrei che vivono in Italia, e a ragioni religiose - per i credenti - essendo il popolo cui apparteneva Gesù di Nazareth, c’è un altro motivo che dovrebbe spingerci a conoscere meglio la tradizione culturale ebraica.

Questa tradizione e, insieme, il pensiero filosofico dell’antica Grecia, rappresentano le due radici più antiche, le radici sulle quali è nata e si fonda tutta la nostra cultura occidentale.