VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

16 mag 2010

L’UCCELLO A DUE TESTE (2)

Ricordate la storia che avevamo incontrato la settimana scorsa? Proviamo a riprenderla per scambiarci ancora qualche pensiero.

C’era una volta un uccello con un corpo e due teste. La testa di destra era vorace e abilissima nella ricerca del cibo, mentre quella di sinistra, altrettanto ghiotta, era maldestra. La testa di destra riusciva sempre a nutrirsi a sazietà, mentre quella di sinistra era incessantemente tormentata dalla fame. Così, un giorno, la testa di sinistra disse alla destra: “Conosco, qui vicino, un’erba squisita di cui ti delizieresti. Vieni, ti conduco dove cresce”. In realtà sapeva che quell’erba era velenosa, ma voleva con questo stratagemma uccidere l’altra, per poter poi mangiare, da sola, a piacimento.

La testa di destra mangiò l’erba. Ma il veleno uccise l’uccello dalle due teste.

 

Guidati da un’antica tradizione nella lettura del mito delle origini, così come viene raccontato nella prima pagina della Bibbia, con le nostre riflessioni eravamo giunti a guardare il nostro mondo come un mondo fondato sul DUE.

E’ vero, non è un concetto facile da comprendere. Non preoccupatevi. A volte capita che usiamo parole o pensieri ‘difficili’ per dire cose semplici. Cose facili, perché sotto l’esperienza di tutti. Anche in questo caso: dire che il mondo è fondato sul due è come un’immagine che adoperiamo per dirci che tutta la nostra esperienza si costruisce in un movimento continuo tra diversi modi di vedere. E di vivere.

Non è esperienza di tutti, ad esempio, che la nostra vita procede tra momenti di serenità e pensieri carichi di preoccupazioni? Tra uno stato di salute e incontri con la malattia? Tra relazioni affettive piacevoli e gratificanti e incontri pieni di tensione, di rabbia, di dolore?

Tante volte ci ritroviamo con domande alle quali non riusciamo a trovare una risposta. O, anche quando la troviamo, poco dopo ci accorgiamo che altre domande spuntano sul terreno della nostra mente. Molte volte anche in questi nostri incontri settimanali ci siamo trovati di fronte a quesiti che sono rimasti aperti. Che, cioè, non hanno trovato una risposta univoca.

 

Ci siamo chiesti e ci chiediamo qual è il senso del nostro essere nel mondo. Chi può dare una risposta univoca a questa che è la domanda di fondo che da sempre ha accompagnato l’umanità? Tante risposte proviamo a darci. Tante ce ne siamo date nel corso della storia. Attraverso le filosofie, attraverso le religioni. Quando le ascoltiamo, ci accorgiamo che ciascuna ci illumina qualche aspetto della vita, e altri ne lascia in ombra.

 

Ci chiediamo qual è il senso della presenza del male nel mondo. Perché sembra che sono sempre gli uomini ‘peggiori’ quelli che hanno successo. Peggiori, nel senso che si lasciano guidare dall’egoismo, prepotenti, pieni di sé, capaci soltanto di fare i propri interessi ‘fregandosene’ degli altri. Incapaci di accorgersi quando altri, uomini come loro, si trovano nel bisogno.

Perché c’è la malattia che continuamente cammina, mano nella mano, con la salute. Perché nascono bambini che ai nostri occhi sembrano non in grado di vivere nella pienezza della vita umana. Perché altri muoiono, aggrediti dalla malattia o dalla fame, prima ancora di aver assaporato il piacere di vivere.

 

Chi può dare una risposta univoca a queste domande?

 

Ma la mancanza di una riposta univoca la sperimentiamo anche quando ci facciamo domande su aspetti più semplici della vita. Pensate, per esempio, a quando dobbiamo cambiare casa, o cambiare lavoro. O decidere quale corso di studi intraprendere. Un giorno ci sembra di doverci muovere in una direzione. Il giorno dopo guardiamo altri aspetti e cambiamo opinione. Un amico ci dà un parere, un altro, poco dopo, ce ne dà uno diverso. Chi ha ragione? Magari sia l’uno che l’altro. Nel senso che ciascuno guarda un aspetto e tutti e due osservano parti di verità.

 

Ecco cosa significa dire che il mondo – cioè il nostro essere nel mondo – è fondato sul DUE. Significa che le domande sono la nostra guida. Ci dicevamo domenica scorsa che il due è il numero della ricerca. Nelle scienze, nelle filosofie, nelle religioni. Nel nostro quotidiano. Se ci facciamo guidare dalle domande, riusciamo a gustare la ricchezza dei nostri pensieri, delle nostre diversità. Quando sappiamo guardare la diversità come ricchezza, siamo su un terreno buono per coltivare il dialogo. La capacità di percorrere strade diverse nella ricerca della verità fa sì che impariamo ad apprezzare la diversità delle opinioni e a non temerla. O addirittura combatterla.

 

Due, dunque, è il numero dell’incontro. Ma può diventare anche il numero del conflitto. Dello scontro. Quando la nostra insicurezza si tramuta in presunzione, in supponenza, essa ci fa temere l’incontro con la diversità. E chiude ogni porta al dialogo e al confronto.

Le due teste dell’uccello sono avide e ghiotte. La loro avidità le rende miopi e stupide. Non sanno vedere che ciascuna ha bisogno dell’altra per vivere. Non sanno vedere che farne morire una significa far morire l’intero corpo, quindi anche l’altra.

 

Se le due teste potessero imparare ad apprezzarsi. Ad ascoltarsi. A collaborare. Scoprirebbero che essere in due significa disporre di maggiore energia, di più risorse. Essere in due significa avere la possibilità di guardare nello stesso tempo a destra e a sinistra, sopra e sotto.

L’avidità e la presunzione sono solo stupidità. La differenza è ricchezza.

(2- fine)