VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

10 ott 2010

L’ORO E LA SAPIENZA

Mi colpisce sempre la saggezza che gli uomini, nel tempo, sanno trovare in sé stessi e riescono a condividere tra loro. E mi colpiscono altrettanto la leggerezza e la velocità con cui, poi, siamo capaci di perderla. Come se la nostra mente vivesse in un movimento oscillatorio continuo. Raggiungiamo punti eccelsi di comprensione della vita, per poi perderci in una sorta di labirinto che non permette di guardare ‘oltre’ né di vedere vie di uscita percorribili.

 

Ascoltiamo queste parole. Sono di duemila 400 anni fa.

- Socrate: Non conviene rivolgere una preghiera a questi dèi prima di metterci in cammino?

- Fedro: Come no?

- Socrate: Caro Pan, e voi altri dèi che siete in questo luogo, concedetemi di diventare bello di dentro, e che tutte le cose che ho fuori siano in accordo con quelle che ho dentro.

Che io possa considerare ricco il sapiente e che io possa avere una quantità di oro quale nessun altro potrebbe prendersi né portar via, se non la persona temperante.

 

La preghiera agli dèi prima di metterci in cammino. La consapevolezza che il cammino della vita sulla terra non è percorribile senza la compagnia del cielo.

Perché questo bisogno? Dove nasce? E per quale scopo? Per non perderci, io credo. Per non perderci nella confusione dei pensieri e nel rischio di ‘divinizzare’ le cose di cui ci circondiamo. È l’esperienza di vita e la capacità di riflettere su di essa che ci spinge a questa ricerca.

Uno dei miti più conosciuti nella nostra cultura occidentale ci viene dal racconto biblico del viaggio dell’antico popolo ebraico nel deserto, dall’Egitto alla Terra promessa. Lasciati a loro stessi da Mosè, che era salito sul monte per ‘incontrare’ Dio, gli uomini si costruiscono un dio fatto con le loro mani e con il loro oro (Esodo, 32). Il vitello d’oro è la concretizzazione del rischio di far diventare dèi le cose di cui erano circondati.

 

“Concedetemi di diventare bello di dentro, e che tutte le cose che ho di fuori siano in accordo con quelle che ho dentro”.

Spesso, riflettendo su uno stile di vita che sempre più caratterizza questi nostri tempi, noi parliamo di culto dell’apparenza. L’apparire è diventato una specie di nuovo idolo al quale sacrificare tante nostre energie. Vestiti firmati, costino quel che costino. Perfino per i nostri bambini - salvo poi a torturarli perché stiano attenti a non sporcarsi per non rovinarli… Poco tempo fa ho incontrato una giovane coppia, entrambi preoccupatissimi per cosa mettere alla bimba, di quattro mesi, per il giorno del suo battesimo. Avevano già girato cinque negozi di abiti per bambini, ma non erano ancora soddisfatti!

Poi i figli vanno a scuola: allora scarpe, magliette, perfino gli zaini. Tutto deve essere firmato. Non parliamo poi dei ‘ritocchi’ ai quali ormai ci stiamo sottoponendo, a tutti i livelli della scala sociale. Lifting, trapianto di capelli, lampade, seni al silicone… Basta, fermiamoci qui.

Il culto dell’esteriorità per coprire la povertà interiore?

 

La preghiera di Socrate per ottenere la bellezza dentro. Non solo. Va ancora oltre: la sintonia tra il dentro e il fuori. L’armonia tra ciò che appare e ciò che siamo. Un altro Maestro del passato, quattrocento anni dopo, chiamava “sepolcri imbiancati” quelli che curavano il fuori, l’apparire, trascurando l’interno del cuore (Matteo 23,27-28). Con il risultato che in pubblico apparivano puliti e perfetti, ma dentro erano pieni di vuoto e di falsità. (Proprio questi giorni ci siamo dovuti sorbire un capo di governo, maestro nella cura dell’esteriorità, nel suo divertirsi, in privato, tra una bestemmia e un insulto agli ebrei).

 

Ancora Socrate: “Che io possa considerare ricco il sapiente e che io possa avere una quantità di oro quale nessun altro potrebbe né prendersi né portar via, se non la persona temperante”.

Questa parte della preghiera, forse, è ancora più difficile. Vedere la ricchezza nella sapienza.  E desiderare il possesso di tanta ricchezza quanta ne vorrebbe per sé la persona che sa lasciarsi guidare, nei suoi desideri, dalla temperanza.

Due sono le parole che usa questo maestro dell’antichità. Le prendiamo nella sua lingua originale, il greco.

Sofìa (= sapienza): essa indica la capacità di guardare la vita, e le vicende che l’accompagnano, con gli occhi della saggezza umana, arricchita e illuminata dalla luce del Cielo. La sapienza è la ricchezza che egli vorrebbe possedere.

L’altra parola è sofrosýne: essa indica la modestia, la moderazione, la temperanza. La capacità di lasciarci guidare da un sano equilibrio nel desiderio e nell’uso delle cose e dei beni che ci servono per vivere. Un sano equilibrio nella ricerca dei piaceri della vita e nel saperli coniugare con l’accettazione della fatica e della sofferenza che, inevitabilmente, li accompagnano.

 

E come si fa a trovare la sapienza? Dove cercarla?

In un testo più recente, trecento anni dopo Socrate, è scritto: “Chi si alzerà presto per cercarla non dovrà faticare: la troverà seduta alla porta di casa. La sapienza comincia proprio allora: quando uno desidera essere istruito da lei” (Sapienza 6,14.17). ‘Alzarsi presto’ è un’immagine per indicare la necessità di essere svegli, di non lasciarci incantare dai ‘pifferai magici’ che possiamo incontrare nella vita.

 

Un ultimo pensiero. La sapienza è una dimensione della vita che va anche oltre la scienza. Questa ci arricchisce del sapere, della possibilità di conoscere il mondo in cui viviamo. La sapienza è la capacità di guardare le cose e le esperienze della vita restando ancorati alla terra, ma con lo sguardo del Cielo. E’ la capacità di essere con i piedi saldi sulla terra, coltivando, nello stesso tempo, la capacità di volare per poter guardare le esperienze della vita dall’alto.

Per questo, non a caso, le diverse religioni considerano la sapienza come un dono di Dio.