VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

12 set 2010

Il principio di reciprocità

As-sàlam àleikum (= la pace sia con voi). Con i nostri fratelli musulmani che hanno festeggiato la fine del Ramadan dell’anno 1431.

La settimana scorsa ci siamo fermati a riflettere su come sia facile correre il rischio di non riuscire a vedere, nel credente islamico, semplicemente un altro essere umano. Come noi. Figlio, ci dicevamo da credenti, del medesimo Dio, unico Creatore del mondo.

Sempre nel tentativo di essere consapevoli dei pensieri che guidano i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti, c’eravamo detti che oggi avremmo ragionato su un altro pensiero. L’avevamo indicato come il secondo pensiero, dopo quello sul cosiddetto ‘terrorismo islamico’ di cui abbiamo parlato la settimana scorsa.

 

Oggi i musulmani che vengono in occidente chiedono di poter avere dei luoghi per la preghiera (le moschee), chiedono che le loro donne possano indossare il chador o addirittura il burqa, che i loro tempi sacri siano rispettati, e altro ancora. In poche parole, di poter vivere secondo le loro tradizioni.

Contemporaneamente sappiamo bene che nei paesi a maggioranza musulmana c’è, in genere, molta chiusura e poco rispetto verso le altre culture. Solo per restare sul piano religioso, per esempio, non è permesso professare altre religioni e non è vita facile per cristiani e altri credenti. Non si possono costruire chiese né si può liberamente parlare del vangelo.

 

Allora invochiamo il principio di reciprocità. Che, più o meno, suona così: se volete che noi rispettiamo le vostre tradizioni, che vi permettiamo di avere le moschee dove riunirvi per la preghiera, anche voi, nei vostri paesi d’origine comportatevi così con noi occidentali, con noi cristiani. Quando in casa vostra rispetterete la nostra libertà religiosa, noi qui rispetteremo la vostra.

 

Niente da dire sul piano politico. La politica ha le sue regole, e una di queste è proprio che soltanto nella reciprocità si possono costruire accordi e trattati. Se vuoi essere rispettato nelle tue peculiarità, anche tu devi rispettarmi nelle mie.

Ma questo ragionamento, di una qualche correttezza sul piano politico, siamo proprio così sicuri che è altrettanto corretto per il Vangelo?

 

Prima, però, di procedere su questa riflessione, credo che dobbiamo fare una distinzione importante.

Perché non possiamo mettere sullo stesso piano la richiesta di avere un posto per la preghiera comune e la richiesta di poter vivere da noi secondo tutte le tradizioni dei paesi d’origine.

La libertà religiosa è un diritto sacrosanto che la nostra civiltà occidentale riconosce a tutti gli esseri umani. La nostra carta costituzionale lo dichiara esplicitamente: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano” (art. 8).

 

Voler importare tradizioni che non rispettano i diritti umani, invece, è altra cosa. Non possiamo certo fare qui un’analisi approfondita di quegli aspetti che sono in contrasto con la dichiarazione dei diritti dell’uomo (ONU 1948).

Solo alcuni esempi, giusto per comprenderci meglio. La diseguaglianza e la disparità nei diritti tra uomo e donna, anche all’interno della famiglia, oltre che nella vita sociale; che gli uomini di casa possano decidere dello stile di vita di una donna (moglie, figlia, sorella); che un padre possa decidere addirittura del matrimonio dei figli senza il loro consenso; che un uomo possa essere contemporaneamente marito di più mogli o che possa decidere come la sua compagna deve vestire… Questo, e altro ancora, non possiamo certo accettarlo come un diritto al rispetto delle tradizioni culturali di un popolo.

Per noi “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3 della Costituzione).

 

Non che da noi le cose siano proprio così tranquille. Ne abbiamo ancora di lavoro da fare. Per esempio, su certe disparità di fatto tra uomini e donne. Perfino come cristiani, all’interno delle diverse chiese (cattolica, ortodosse, protestanti), abbiamo ancora molta strada da percorrere su questo terreno. Tuttavia credo che possiamo trovarci d’accordo nel dire che la nostra civiltà ha maturato la capacità di riconoscere sia la pari dignità tra uomo e donna, sia il diritto alla libertà religiosa. Questa è senz’altro una conquista che ormai, nel mondo occidentale, abbiamo consolidato. Almeno in via di principio.

Rimane quindi l’obiezione: se le nazioni a cultura musulmana non riconoscono ai cristiani il diritto alla libertà religiosa, perché noi dovremmo riconoscerlo a loro quando vengono nei nostri paesi?

 

Due possibili risposte: una come società civile, l’altra come cristiani.

La prima. Se altri popoli e paesi non sono arrivati a questo livello di civiltà, di rispetto dell’uomo, vogliamo noi tornare indietro? O non sarà invece un compito che ci spetta, quello di essere di stimolo verso chi non ha ancora compreso la necessità che ogni persona sia rispettata in quanto essere umano “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…”? Se Gandhi avesse voluto liberare la sua India costruendo un esercito più potente di quello britannico, forse l’India sarebbe ancora una colonia inglese.

 

E il Vangelo - che per noi cristiani dovrebbe essere la nostra ‘carta costituzionale’ - che ci dice? Gesù non ha detto che dobbiamo trattare gli altri come loro trattano noi. Ma: “Fate agli altri quel che volete che essi facciano a voi” (Matteo 7,12 e Luca 6,31). La misura che ci dà diventiamo noi stessi: come vorremmo essere trattati noi, così noi per primi dobbiamo trattare gli altri.

Mi sembra piuttosto chiaro che il principio di reciprocità (= come voi trattate noi, noi trattiamo voi) non trova posto nel Vangelo. Anzi. Il Maestro ce l’ha rovesciato: siate voi a trattare gli altri come vorreste che loro trattino voi.

A me sembra così. Voi che ne dite?

(2. fine)