VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

28 feb 2010

Il panico della tigre

Proprio questi giorni un grande popolo, nel rispetto della tradizione, ha festeggiato il suo capodanno. Il 14 febbraio è iniziato in Cina l’anno della tigre.

Il popolo cinese. Tanto numeroso, e altrettanto ricco di storia e di saggezza. Vittima di una classe politica che, in nome di un potere tenuto in piedi con la logica del terrore, pretende di imporre valori (valori?) che ignorano i più elementari diritti umani.

La parola stessa libertà è, ancora oggi, parola proibita. Libertà di pensare con la propria testa, libertà di incontrare pensieri nuovi, di coltivare tradizioni millenarie, di recuperare quella dimensione spirituale della vita che, nel passato, la Cina ha saputo offrire anche a noi occidentali. Confucio, Lao Tse, solo per nominare qualcuno dei grandi maestri che la Cina ha dato al mondo.

Che fine ha fatto questo grande popolo?

Schiavo della propria classe dirigente. Privato della libertà di entrare in contatto con il resto del mondo (perfino internet viene oscurata in quei siti non graditi al governo). Incastrato nella logica del guadagno facile e dell’arricchimento ad ogni costo, rischia di veder morire la propria anima. Con la complicità dei nostri governi occidentali.

 

La settimana scorsa ci ha offerto un respiro di speranza.

Il presidente Obama ha avuto il coraggio di incontrare il Dalai Lama.

E la tigre ha ruggito: il governo cinese ha lamentato la grande offesa.

Immaginereste mai di vedere una tigre in preda al terrore di fronte a un gattino?

Certo che no, direte. E invece è successo proprio questo. La grande tigre è andata in panico: un vecchio monaco che parla di pace e fa sentire al mondo la voce di un popolo che da cinquant’anni è privato della sua libertà, diventa il nemico che mette in pericolo la stabilità di una grande nazione, la Repubblica Popolare Cinese!

Il Tibet, invaso dall’esercito cinese cinquant’anni fa, sta scomparendo dalla faccia della terra. La sua popolazione, quella sopravvissuta allo sterminio di allora, è costretta ad emigrare e oggi vive fuori dalla sua terra. Con essa il Dalai Lama, la guida spirituale di questo grande popolo. Nella più totale indifferenza del resto del mondo.

 

Proprio questi giorni ricorre il cinquantunesimo anniversario dell’invasione cinese del Tibet.

 

Dicevo del coraggio di Obama e del panico del Governo cinese.

 

Di coraggio ce n’è bisogno. Soprattutto da parte dei governi occidentali. Se non ci diamo da fare per risvegliare le nostre coscienze, rischiamo di cadere nel torpore e nel sonno dello spirito. Una riflessione questa che, a mio parere, dovremmo fare anche come cristiani. Da tante parti s’insiste per vedere riconosciute e affermate le “radici cristiane” dell’Europa. Richiesta che viene anche da parte di tanti uomini di chiesa. Ma dov’è il nostro ‘spirito cristiano’ se non ci prendiamo cura di chi è più debole? Anche quando il più forte ci minaccia nei nostri interessi (come fa il governo cinese con chi ‘osa’ incontrare il Dalai Lama)?

 

Il panico della tigre.

Proprio nei due sensi che questa frase contiene nella lingua italiana. Il panico di fronte alla tigre: quello dei nostri governanti e delle nostre istituzioni religiose che si paralizzano di fronte alle minacce cinesi.

Il panico che la tigre prova di fronte alle parole di pace che una guida spirituale continua a portare al mondo.

Mentre il primo, credo che dovremmo riuscire a rimetterlo in discussione per non restarne schiacciati. L’altro, quello che il governo cinese prova di fronte ai valori umani e spirituali che il Dalai Lama porta al mondo, penso proprio che sia del tutto giustificato.

 

E mi spiego. Forse essi per primi, i capi del governo cinese - come del resto tutti i capi dei governi totalitari che sopravvivono ancora in questo nostro mondo - sentono, pur non avendone la consapevolezza, la grande verità che ci ha ricordato il Maestro di Nazareth: “Felici sono i miti: saranno loro a possedere la terra” (Vangelo di Matteo 5,5).

E’ la storia, più recente, di Gandhi che con la sua opera non-violenta ha vinto, nella sua India, il grande impero britannico: “Non ho niente di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non-violenza sono antiche come le montagne”.