VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

7 feb 2010

Dialogo: tra coraggio e paura

Penso che capiti anche a voi di fermarvi a riflettere su quante volte oggi usiamo la parola dialogo. E’ sulla bocca di tutti.

Ne parliamo quando guardiamo in casa e ci diciamo l’importanza del dialogo tra genitori e figli, l’importanza del dialogo nella coppia, tra marito e moglie. Parliamo di dialogo nella scuola, tra insegnanti e studenti, tra dirigente scolastico e insegnanti, tra colleghi. Ne parliamo nel mondo della politica. Quale partito non sostiene di essere ‘aperto al dialogo’? Destra, sinistra, centro. Parliamo di apertura al dialogo tra le religioni. Ogni religione dichiara rispetto e attenzione verso le altre. Dialogo con i non-credenti. Dialogo tra cattolici e laici.

Parliamo di dialogo nella chiesa. Proprio in questi giorni noi cristiani (cattolici, ortodossi, anglicani, protestanti… quanti siamo a definirci ‘cristiani’ e ad essere in disaccordo tra noi!), proviamo ad essere vicini nella preghiera per ritrovare l’unità nel nostro riconoscerci discepoli dello stesso Maestro, il Signore Gesù.

 

Tutto questo parlare di dialogo, però, mi fa nascere un dubbio. Non sarà che ne parliamo tanto perché, in realtà, poi ne abbiamo tanta paura? Che, cioè, preferiamo tenere questa parola nella nostra bocca, girandola e rigirandola, così non corriamo il pericolo che essa possa scendere nel nostro cuore?

 

La psicologia ci invita a farci questa domanda e a tenerla aperta. Nella speranza che se riusciamo ad essere un po’ più sinceri con noi stessi, potremo poi muoverci con più coraggio verso la verità. La verità che ci fa aprire gli occhi sulle nostre paure, sulle nostre chiusure, sulla nostra pretesa di essere sempre dalla parte giusta, convinti che gli altri (= quelli che non la pensano come noi) sono dalla parte sbagliata.

 

Proviamo ad entrare nel significato di questa parola.

Come tante altre parole della nostra lingua, anche questa deriva da una lingua antica: il greco. Essa nasce nell’incontro tra due parole: dià (che significa ‘tra’) e lògos (che significa ‘parola’). Dia-logo, quindi, significa che la parola è tra due o più persone: cioè che la parola unisce e permette l’incontro tra le persone.

 

Perché io e l’altro possiamo incontrarci, perché la parola sia il luogo dell’incontro tra noi due, sono però necessarie almeno due condizioni.

La prima: che io apra uno spazio di silenzio perché l’altro possa collocarci le sue parole. Che significa: devo ascoltare il suo pensiero. Ma per ascoltarlo è necessario, prima di tutto, che io gli lasci il tempo e il modo di dirlo.

La seconda: che, ascoltando l’altro, io cerchi di capire, di comprendere quello che mi vuole dire. Le sue idee, i suoi pensieri, le sue ragioni. Anche quando il suo pensiero è diverso dal mio e io non sono d’accordo? Se dico che sono aperto al dia-logo, non può che essere così: sì, anche quando il suo pensiero è diverso dal mio! Parlare solo con chi è d’accordo con me non è poi gran che. Non vi pare?

 

Attenzione. Ascoltare e comprendere l’altro non significa che devo essere d’accordo con lui. Significa, però, che non posso impedirgli di esprimere i suoi pensieri e le sue ragioni. Chiudere la bocca a chi ha pensieri diversi dai miei, significa chiudersi al dialogo: significa avere paura.

 

Paura di che?

Paura che, se ascolto i suoi pensieri, questi possano portarmi a rimettere in discussione i miei. Paura di scoprire che le mie idee, le mie convinzioni, non sono poi così forti e così solide. La paura del confronto è indice di debolezza nei pensieri e nelle convinzioni. E’ indice di rigidità, non di forza. E’ segno di chiusura mentale, non di intelligenza.

Un padre, un insegnante, un uomo politico, un sacerdote, un dirigente, una qualunque persona… che impedissero all’altro di parlare, di esprimere i suoi pensieri, e dicessero: “E’ così perché è così, perché lo dico io”, o parole simili, non sanno cosa sia il dialogo. Sono, purtroppo, nella loro debolezza, prigionieri della paura.

 

Essere aperti al dialogo richiede coraggio.

Il coraggio di ascoltare gli altri, di saperci confrontare con chi ha sviluppato e coltiva pensieri diversi dai nostri. Il coraggio di rimettere in discussione le nostre idee, se necessario. Il coraggio di ascoltare le domande che altri possono proporci. Il coraggio di riconoscere che nessuno di noi, da solo, può pensare di possedere la verità. Tutta la verità. Chiunque noi siamo e qualunque posto, nella scala sociale, noi occupiamo.

 

Genitori, insegnanti, dirigenti, uomini di chiesa, uomini della politica, direttori di giornali, uomini di scienza, giovani e adulti… è solo con il coraggio del dialogo che possiamo costruire una società di uomini liberi.