VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

21 mar 2010

CONFESSIONE O PSICOLOGIA? (3)

Stimolati da quel pensiero apparso nella rubrica La citazione, oggi proviamo a chiudere le nostre riflessioni. In particolare proviamo a chiederci se è proprio vero che “il numero dei depressi e dei malati di mente in continuo aumento” è il risultato del fatto che “abbiamo abbandonato la confessione e ci siamo affidati agli psicologi. Perché, secondo me, dire questo significa guardare le cose restando soltanto in superficie. Molto in superficie. Ma procediamo con calma.

 

Le due volte scorse ci siamo detti alcuni pensieri per comprendere, almeno un po’, come la confessione e la psicologia non sono due realtà in conflitto. Neanche in concorrenza. Ma sono semplicemente due realtà diverse, due esperienze, nella vita di chi le incontra, che rispondono a esigenze, bisogni e desideri diversi.

 

Nella frase citata si parla di “depressi” e di “malati di mente”. Così come scritte, queste parole indicano categorie piuttosto generiche. Io credo sia meglio parlare di persone in situazioni di sofferenza, di grande sofferenza, piuttosto che di malati di mente. Non perché la malattia mentale non esista, ma perché non saremo in grado di guardarla adeguatamente finché ci fermiamo sulle diagnosi: come fosse un raffreddore o una polmonite.

Tutte quelle che chiamiamo malattie della mente possono essere comprese e curate soltanto se attiviamo un processo di osservazione e di ascolto che sia in grado di cogliere la sofferenza interiore dell’essere umano. Sofferenza che si esprime attraverso la malattia. Depressione, angoscia, ansia, panico, disturbi nel comportamento alimentare, disturbi nell’attenzione, paranoie - e chi più sa più ne metta - sono in realtà tanti nomi che diamo alla sofferenza. Alla sofferenza della mente e dell’anima.

I tanti nomi che la psichiatria usa servono soltanto a ‘descrivere’ il modo particolare in cui, in quella persona, si esprime la sofferenza interiore. Che è il disagio di vivere.

 

Per capirci meglio. Non esiste il depresso. Esiste quella persona che esprime la sua sofferenza interiore con una modalità che noi chiamiamo depressione. Ma se non ascoltiamo la sua sofferenza e non andiamo a lavorare per ritrovare e riattivare le sue energie interiori, ci perdiamo la persona e troviamo solo la depressione.

E’ questo, oggi, il rischio che possiamo correre se non ascoltiamo i segnali di sofferenza che ci vengono dalla nostra mente e dalla nostra anima. Ed è questo il rischio che possono correre le scienze psicologiche e quelle mediche quando, troppo velocemente, corrono verso le diagnosi (= la faccia con cui si presenta il dolore interiore), dimenticando di andare oltre, per ascoltare la sofferenza del cuore.

 

Allora se vogliamo davvero guardare dove trae origine e alimento tanta sofferenza, credo che dovremmo riconoscere quanto poco essa abbia a che fare con la diatriba tra confessione e psicologia. E non è certo l’aumento degli psicologi che produce la sofferenza interiore. Sarebbe come dire che il cancro sta aumentando perché sono aumentati i centri che lo curano o perché abbiamo affinato le tecniche diagnostiche di cui disponiamo.

 

Io penso che se vogliamo avvicinarci seriamente a ciò che chiamiamo ‘malattie della mente’, e chiederci dove esse abbiano origine, dovremmo guardare piuttosto a come stiamo vivendo, a quali sono i ritmi che guidano le nostre giornate.

Dovremmo chiederci su quali valori stiamo investendo le nostre energie. Quanto tempo dedichiamo a noi stessi, alla cura delle nostre relazioni affettive. Quanta della nostra energia vitale investiamo nel prenderci cura di costruire una vita a misura d’uomo e quanta, invece, spendiamo solo per accumulare cose su cose. Una macchina più grossa, una casa più bella, vestiti più alla moda, telefonini dell’ultima generazione, e via di questo passo…

Il rischio è che oggi la nostra vita sia tutta proiettata sull’esteriorità, sull’apparire, sull’accumulare. Che ci lasciamo prendere da ritmi di vita che ci tolgono il respiro. Che ci facciamo catturare dal nervosismo e dall’insoddisfazione, ponendo sempre la nostra attenzione su ciò che ci manca senza apprezzare ciò che abbiamo.

 

Vogliamo provare a darci qualche ‘consiglio’ per una vita sana? Immaginiamo che sia la nostra anima a darceli.

Cerchiamo di trovare un po’ di tempo da passare con la nostra famiglia, per ascoltarci l’un l’altro, per ‘giocare’ insieme. Ogni tanto prendiamo in mano un buon libro. Regaliamoci qualche minuto di silenzio, nella nostra giornata, per ascoltare i nostri pensieri e dialogare con loro.

 

Se poi ci ritroviamo anche in una dimensione di fede, se, in altre parole, siamo credenti - qualunque sia la religione in cui ci riconosciamo -, allora possiamo anche provare a spendere qualche minuto della nostra giornata nella preghiera. Intesa come dialogo con noi stessi e come dialogo con il Buon Dio che ci tiene fra le sue braccia in una relazione di amore paterno e materno.

E se ci definiamo non-credenti, la nostra preghiera possiamo viverla comunque. Nella costruzione di pensieri di pace, nella ricerca di armonia con la natura e il mondo, nella ricerca del bene. Per noi e per tutti gli esseri viventi.

(3- fine)