VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

28 nov 2010

CERCASI… MARITO E MOGLIE (2)

Ricordate la lettera di Benedetta? Parlandoci della sua situazione di giovane donna il cui marito se n’è andato con un’altra proprio ora che hanno un bambino di dieci mesi, e su come questo stia succedendo anche ad una coppia di loro amici, lei ci portava questa domanda: Ma che hanno gli uomini che scappano di fronte alle responsabilità?.

Stimolati da questa domanda, c’eravamo fermati a riflettere sul fatto che una delle regole importanti che molti di noi abbiamo appreso nella nostra famiglia d’origine (= la nostra ‘scuola’) è che i figli sono della madre. E ora rischiamo di farci guidare, ancora oggi, sia nel fare i genitori che nell’essere coniugi, da questa vecchia ‘legge’. Uomini e donne.

 

Considerando la situazione di un giovane uomo, ci dicevamo che con molta probabilità nessuno gli ha insegnato che la sua donna ha bisogno della sua presenza. Presenza di padre per i loro figli, e di marito per lei, perché possa ritrovare dentro di sé la sua dimensione di donna adulta e il suo progetto di vita, in una relazione di coppia con l’uomo che si è scelto (e che l’ha scelta) come compagno. Il fatto è che una donna da sola non ce la può fare a coltivare questa duplice dimensione, di moglie e di madre, se non c’è una persona vicino che la sostiene, come padre e come marito.

 

E così nella mente di quest’uomo (= di quel bambino, poi ragazzo, oggi diventato un uomo) si attiva un pensiero. Non consapevole, ma molto forte. Un pensiero duplice, che, più o meno, dice così.

Primo pensiero: se i figli sono della madre, questo vuol dire che io non c’entro niente (o quasi) nella loro crescita. Quando ho lavorato e portato a casa i soldi, ho fatto tutto. Anche come padre. Che altro devo fare? Secondo pensiero: se le madri sono dei figli (= appartengono ai figli), una donna che diventa madre non c’è più per il marito. Ma allora, se una donna-madre non può più essere anche una donna-moglie, io che ci sto a fare? Me ne cerco un’altra…

 

Non so, Benedetta, quale sia la storia del suo compagno e di quel vostro amico. Certo, questi uomini che scappano dietro a un’altra donna proprio nel momento in cui la loro compagna è ‘catturata’ nella cura di un neonato, mostrano tutto il loro essere eterni bambini. Non cresciuti. Incapaci di prendersi in mano la propria vita, con sufficiente senso di responsabilità.

 

Ora, però, dobbiamo guardare anche l’altra faccia della medaglia. Perché se gli uomini li facciamo crescere così, non è che le donne le facciamo crescere diversamente. Il modello di madre che una bambina (poi ragazza, poi donna adulta) apprende nella sua famiglia dice anche per lei che i figli sono della madre. Che il padre ci deve essere, sì, ma come ‘spalla’. Come un aiuto-mamma.

Allora vediamo quelle mamme che ai mariti non permettono neanche di fiatare sulla cura dei figli. E non solo nelle prime settimane o nei primi mesi di vita di un bambino in cui è abbastanza naturale: è lei che lo allatta al seno, lei che lo ha portato in pancia per nove mesi e che l’ha partorito. Ma… e tutto il resto? Siamo proprio sicuri che un padre non può imparare a cambiare il pannolino a suo figlio, a farlo addormentare, a fare il bagnetto? E quando sarà più grande, siamo proprio sicuri che lui non è in grado di parlare con gli insegnanti o di portarlo dal pediatra? O, per lo meno, di esserci anche lui nei più svariati momenti nella vita di questo figlio che cresce?

 

L’altro aspetto, poi, è che anche lei ha imparato, come il suo compagno, che se i figli sono della madre, la madre è dei figli. E questo non l’aiuta a ritrovare dentro di sé la sua dimensione di moglie, di compagna di vita di un uomo, adulto come lei, che si è scelta come compagno. Anche per lei, cioè, non è automatico chiedere al suo compagno di essere padre per i loro figli e marito per lei.

 

Anche lei, a questo punto, corre un duplice rischio. Il primo è che lei, con i figli, si viva, quindi si ponga, come genitore unico. Il padre, nella sua mente diventa una sorta di accessorio, da utilizzare quando serve (= quando c’è da fare qualcosa che lei non può fare). Per il resto è meglio che lui si tenga fuori campo.

L’altro rischio è che anche lei si viva, quindi si ponga, come appartenente a suo figlio. Che cioè, coltivi di sé stessa un’immagine di donna-madre. Esclusivamente madre. Rinunciando a quella dimensione di moglie, compagna di vita di un uomo, adulto come lei. Che non è suo figlio!

 

Altre volte ci siamo detti di come questo sia un pericolo abbastanza frequente che una coppia incontra in questo momento del suo ciclo vitale: il pericolo che diventare genitori faccia perdere la dimensione di coniugi. Si diventa padre e madre e ci si dimentica che si è anche marito e moglie.

Il figlio che nasce ci aiuta a diventare genitori. Alimentare la dimensione di coniugi rimane totalmente compito nostro, di noi adulti: nessuno ce lo può ricordare se non noi stessi. È un nostro bisogno coltivare questa dimensione. Ma è un bisogno anche dei figli. Perché una coppia di genitori sufficientemente buona necessita del sostegno e della collaborazione della coppia di coniugi.

(2. continua)