VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

11 ott 2009

Sulla paternità e maternità di Dio

Dio, padre e madre (2)

Ricordate la lettera di Claudia? Ci invitava a riflettere sull’immagine di Dio come padre e/o come madre. Nel fare le nostre riflessioni ci dicevamo che quando la psicologia tenta di parlare di Dio può farlo solo partendo dalla conoscenza che essa ha dell’uomo, e può farlo con tutti i limiti del linguaggio umano. Come, del resto, fanno tutte le scienze, compresa la teologia - la scienza che, per definizione, si occupa dell’immagine di Dio [dal greco theòs (= dio) + lògos (= studio)]. Le scienze ‘umane’ non possono che usare un linguaggio ‘umano’. Ed è con questo che ci dobbiamo muovere anche quando parliamo di Dio e del nostro rapporto con Lui.

 

Insieme ci siamo fermati a riflettere sul fatto che l’immagine di Dio che noi ci costruiamo nasce dall’esperienza di cura e di accudimento che facciamo (abbiamo fatto) nel rapporto con i nostri genitori: il babbo e la mamma. Questa riflessione ci ha portati a vedere come limitare l’immagine di Dio al solo padre significa impoverire la percezione del nostro legame d’amore con Lui e del suo legame di amore con noi.

La psicologia ci aiuta a comprendere che, proprio perché siamo umani, ci rimane più difficile avvicinarci alla relazione d’amore con Dio se usiamo un’immagine limitata alla sola relazione paterna. E’ un po’ come impoverire la nostra vicinanza con Lui. Richiamare, invece, al nostro cuore l’esperienza di affetto e di accudimento che abbiamo vissuto anche con nostra madre e provare a ritrovarla nella relazione con Dio, diventa un grande dono che facciamo a noi stessi - oltre che un più pieno ‘riconoscimento’ del Suo modo di essere con noi.

 

Ed è proprio su questo riconoscimento che oggi vogliamo riflettere, facendoci la seconda domanda. Non vi sembra limitante guardare Dio attribuendogli un genere (= quello maschile)?

La Bibbia, nel mito della creazione del mondo, ci racconta che nel dare vita all’essere umano Dio l’ha fatto “a sua immagine e somiglianza”, facendolo “maschio e femmina” (Cfr. Genesi 1,27). Come dire che in Dio è presente sia il maschile che il femminile.

In parole molto semplici potremmo dire che Lui è uomo-e-donna. Ma, vedete, già dire ‘Lui’ è limitante: è come vederlo di genere maschile. Se volessimo essere più precisi, dovremmo dire che Lui/Lei è uomo-e-donna. Meglio ancora, forse, dovremmo dire che Lui/Lei non è né uomo né donna: Lui/Lei è la pienezza della Vita.

 

Capisco che certe parole possono sembrare fuori luogo, come ‘stonate’, quando parliamo di Dio. Ma proviamo a tenerle per un momento. Consapevoli dei limiti del linguaggio umano. Il linguaggio, del resto, riflette la nostra esperienza e noi non abbiamo esperienza di un essere vivente che sia nella pienezza della vita, cioè che non sia o maschio o femmina. Ecco perché, come dicevamo prima, siamo costretti a usare delle immagini.

 

E’ per questo che nelle religioni che, per avvicinarsi a Dio, usano più immagini della divinità, ci sono sempre divinità (= immagini) maschili e divinità (= immagini) femminili. Oggi possiamo guardare l’induismo, per esempio. Ma ricorderete che anche gli antichi romani e i greci avevano il loro Olimpo abitato da dèi e dèe, divinità maschili e divinità femminili. Questo, sempre perché come esseri umani possiamo parlare di Dio/Dea solo per immagini. E le diverse divinità non sono che immagini di Dio: come se ciascuna ne rappresentasse un aspetto particolare.

 

Nelle religioni che chiamiamo ‘monoteiste’ (mònos = uno solo + theòs = dio) - l’ebraismo, il cristianesimo, l’islam - abbiamo bisogno di recuperare questa duplicità di genere (maschile e femminile) quando parliamo di Dio. E’ la nostra esperienza umana che ce lo richiede. Questa riflessione, del resto, è molto antica. Pensate che in una pagina di 2.500 anni fa troviamo scritto: “Dice il Signore: «Avrò cura di voi come una madre che allatta il figlio, lo porta in braccio e lo fa giocare sulle proprie ginocchia. Come una madre che consola il figlio, io vi consolerò.»” (Si trova nel libro di Isaia: 66, 12-13). Possiamo pensare che è Lui stesso che, conoscendoci molto bene, sa che abbiamo bisogno di incontrarlo anche nella sua dimensione di madre.

 

Secondo me queste riflessioni, se proviamo ad ascoltarle, ci fanno cogliere l’incontro di un doppio bisogno. Un bisogno nostro: di ritrovare nel rapporto con Dio l’esperienza del legame d’amore che viviamo con entrambi i nostri genitori, e non solo con nostro padre. E un bisogno di Dio: di farsi conoscere da noi nella pienezza del suo amore, paterno e materno.

 

Se essere credente significa vederci in questa relazione d’amore con il Creatore del mondo, allora, io penso, poterlo chiamare Padre-e-Madre significa essere fedeli a lui ed essere fedeli a noi stessi.