VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

12 lug 2009

Pianeta famiglia

Depressione dopo il parto? (2)

Vi ricordate il discorso della settimana scorsa? Ci dicevamo dei cambiamenti nella vita di una donna dopo la nascita di un bambino. Eravamo arrivati a guardare una sua giornata. Dal mattino alla sera (= di giorno) e dalla sera alla mattina (= di notte). Perché non solo il giorno, ma anche la notte è profondamente cambiata.

A un certo punto c’eravamo fermati. Ora proviamo ad andare avanti.

 

E’ sera e sta per tornare a casa il marito (e padre del bambino). Lui torna dopo una giornata di lavoro. Cosa si aspetta? Come minimo che lei lo accolga con un gran sorriso, magari anche con un bacetto. Poverino, ha faticato tutto il giorno! E ha lavorato per loro (= la moglie e il figlio), mica per lui soltanto.

Invece… invece entra a casa: “Ciao, amore! Sono tornato!”, “Ciao…”. Un ciao a mezza bocca, uno sguardo stanco, le occhiaie. Anche i capelli sono stanchi. E lei è triste. Sfinita. “Ma come? – dice lui prontamente – che succede? Sei stanca? Ma sei stata a casa tutto il giorno!”. Lei non risponde, non ne ha neanche la forza. “Allora cosa dovrei dire io che ho dovuto faticare tutto il giorno, combattere con quegli s… di colleghi? Lo sai, no, come sono…”. Poi, tanto per dirle un’altra gentilezza: “Ma di che ti lamenti? Ci potessi stare io tutto il giorno a casa con nostro figlio!”. Poi la guarda - era ora! - e vede che le scendono due lacrime.

Lei non gli dice niente. Nella sua mente risuonano: “Di che ti lamenti? Ci potessi stare io tutto il giorno a casa con nostro figlio”. Rimbombano queste parole, come quelle case acustiche nei concerti rock che ti fanno tremare anche lo stomaco. Le verrebbe da dirgli: Mica male? Sarebbe un’idea… Poi, però, un pensiero la ferma: Tanto lui non riuscirebbe a capire. E qui, non più un pensiero, ma un’emozione forte, quasi un tuffo al cuore: neanche lui! Neanche lui mi capisce.

Neanche lui. La persona che ha condiviso con lei il progetto di un figlio, che ha vissuto con lei tutta la gravidanza. E’ stato con lei perfino in ospedale per il travaglio e il parto. Neanche lui! E’ proprio sola. Sola con questo bambino. Arrivato da pochi giorni e già tanto presente. Al centro del suo mondo, di giorno e di notte. Di notte e di giorno.

 

Direte: “Non ti pare che la stai facendo tanto tragica? Tutti hanno fatto un figlio, anzi, tutte. E tutte ce l’hanno fatta benissimo”. Certo. Ce l’hanno fatta. Ma ve l’hanno mai raccontata la fatica che hanno dovuto fare? La solitudine che hanno vissuto? Ve l’hanno mai detto di quando, sfinite perché non sapevano più che fare con questo bambino che continuava a piangere e a non voler dormire, sentivano l’impulso di sbatterlo da qualche parte? Lo so che vi scandalizzate per queste parole. Lo fate, perché a voi non ve la raccontavano tutta, le vostre compagne. Poi, perché non avete mai visto il vostro bambino sbattuto da qualche parte, perché lei non l’ha mai fatto. Grazie a Dio e alla sua prontezza di spirito.

Ma quanta solitudine. Quanti sensi di colpa per aver solo sentito, in quei momenti, nel suo cuore, la rabbia, l’impotenza, la disperazione. Perché anche lei ha dentro di sé il mito della madre perfetta. Anche lei ha fatto sua l’idea che una mamma è solo una mamma. Sempre attenta, sempre disponibile, sempre comprensiva, sempre paziente, sempre capace di capire suo figlio, di capirlo subito, di sapere sempre e subito cosa fare, in ogni momento. Sempre. Tutto. Subito.

 

E’ davvero bello avere un bambino. “E’ il regalo più grande che la vita possa farti - mi diceva qualche giorno fa una giovane mamma con il figlio di venti giorni. Quando lo guardo e lui mi guarda, mi passa tutto”. Dopo un po’: “Certe volte, però, mi viene da piangere. E non capisco perché. Dovrei essere felice. Solo felice. Me lo dice anche mio marito: ‘ma non sei felice che abbiamo un bambino?’ Ci dev’essere qualcosa che non va dentro di me. Che ne dice lei, dottore?”.

 

Che ne dico?

 

A lei dovrei dire che se, accanto alla felicità che le riempie il cuore quando guarda il suo bambino, ogni tanto si permette di sentire la stanchezza e, in certi momenti, perfino di non farcela più, tutto questo è il segno che lei è una donna ‘normale’. Una buona madre (= sufficientemente buona - ricordate?).

 

Ma una cosa vorrei dire agli uomini di queste donne.

Cari mariti, le vostre compagne hanno bisogno di voi. Di sentire che voi state dalla loro parte, che ne comprendete la fatica (che, almeno, ci provate): facendovela dire, ascoltandola. Smettete di pensare che stare in casa tutto il giorno con un bambino piccolo, che dipende in tutto e per tutto da voi, sia una cosa facile. Che sia una cosa meno faticosa della fatica che fate nel vostro lavoro. Ricordate: se non ci siete voi accanto alla vostra donna, in un momento così importante nella vita della vostra famiglia, rischiate di perderla. Di perdervi. E se vi perdete, non pensate che rischia di perdersi anche il vostro bambino?

Oggi ci fermiamo qui. Noi ne riparleremo.

 

Ora, invece, sottovoce, una parola tra addetti ai lavori. Cari colleghi, pronti, in scienza e coscienza, a diagnosticare la depressione, vogliamo provare a passare tre giorni (= dal mattino alla sera e dalla sera alla mattina) al posto di questa donna? Solo tre giorni. Chi sa, magari qualche depressione post partum in meno potrebbe uscire dalle nostre penne… e qualche parola in più riusciremo a spenderla con i compagni di queste donne. Per aiutarli ad esserci. Che ne dite?