E dire che sembrava spuntare un fiore nella palude della politica. E invece, ciò che appariva palude s’è rivelato sabbie mobili: più ti ci muovi, più sprofondi. Sto pensando al disegno di legge sulla violenza sessuale (Modifica dell’articolo 609-bis del CP in materia di violenza sessuale). Nasce in un accordo tra maggioranza e opposizione, condiviso dalle due donne più rappresentative, la presidente del consiglio e la segretaria del Pd. Al punto che alla Camera viene approvato all’unanimità. Poi? Poi un’altra donna ci s’inserisce, avvocata di grido e parlamentare della Lega, presidente della Commissione Giustizia. E la chiarezza che solo sì significa sì, diventa un gioco: adesso perché non ci sia sì è necessario che ci sia un no. In altre parole, è sempre sì a meno che ci sia un no. Esplicito. E così ritorna sulle spalle della vittima, la donna, il compito di dimostrare che lei il suo dissenso l’aveva espresso. Quindi l’atto sessuale è stato violenza. E tutto quanto succede fino ad oggi nei tribunali, continuerà anche domani. E le domande alla donna su com’era vestita, qual è la sua vita sessuale, se fa uso di alcol o di sostanze, se indossa il tanga o i mutandoni... continueranno a risuonare nei processi. A tutela e difesa della dignità e dell’onore del maschio!
Il precedente testo era chiaro: il consenso ad un rapporto sessuale non c’è se non quando viene dichiarato apertamente. Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione... Questa la modifica: Chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali è punito con la reclusione...
Al di là della diminuzione della pena (da sei-dodici a quattro-dieci anni), cosa pure non da poco, ciò che cambia è il punto nodale. Nel testo concordato e già approvato alla Camera l’onere della prova è a carico dell’imputato. È lui che deve dimostrare che la donna che lo querela s’era detta d’accordo all’atto sessuale: aveva dato il suo consenso. Quindi, lui non ha commesso alcun reato. Ora invece è lei a dover dimostrare d’aver espresso il proprio dissenso. E giustificarsi: perché non ha reagito adeguatamente, perché il suo no non l’ha detto con tutta la forza necessaria... Quindi oltre alla violenza dell’atto subito, ora le arriva la violenza d’un processo che le chiede di dimostrare che il suo no era proprio no.
Questioni di lana caprina? Sottigliezze da azzeccagarbugli? Nient’affatto. È questione di sostanza. Non è chi commette violenza a dover dimostrare di non averla commessa perché lei era d’accordo: ora è lei a dover dimostrare di aver espresso il proprio disaccordo. Nel primo testo è il consenso che dev’essere visibile ed esplicito; ora invece è la presenza del dissenso che va dimostrata. E chi la può dimostrare se non la vittima della violenza? È come partire da un presupposto: è sempre legittimo che un uomo faccia sesso con una donna, a meno che lei non dica apertamente no. A voi sembra che lei e lui, in questo modo sono sullo stesso piano? A entrambi viene riconosciuta la medesima dignità? No. Con questa modifica, di nuovo ad avere la prevalenza è il presunto diritto (!?) del maschio: come se il consenso di lei ci fosse a prescindere, lo si dà per scontato. Salvo che lei dica apertamente il suo no.
Maschilismo? Patriarcato? Chiamatelo come preferite. Di certo è una bella retromarcia: ignoriamo la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, già ratificata da noi nel 2013, e ci allontaniamo sempre di più dagli altri Paesi civili come Spagna, Francia, Belgio, Germania, oltre ai paesi del Nord Europa.
Più d’una volta ho incontrato giovani donne che avevano rinunciato a sporgere querela contro chi s’era approfittato di loro, proprio per evitare di dover subire un processo con interrogatori che le avrebbero costrette a mettere in piazza la vita privata. Ho conosciuto genitori che, pur di tutelare il proprio figlio/figlia, erano molto disponibili a lavorare, come famiglia, per uscire insieme da questo pesante trauma, ma nello stesso tempo doveva restare tutto in casa. Niente querele. Ricordo molto bene una famiglia: uno zio aveva molestato la nipotina di dodici anni; il padre, saputo del fatto, va a parlarci e gli dice che l’avrebbero denunciato. Il giorno dopo lo trovano impiccato in casa. Vergogna, sensi di colpa, vissuti d’inadeguatezza accompagneranno queste persone per anni.
Capisco che non è semplice muoversi tra i meandri del linguaggio giuridico molte volte. Ma il problema di fondo è soprattutto un altro: il pensiero maschilista è lì, in agguato. E a portarlo non sono sempre e soltanto i maschi. Uomini e donne siamo tutti figlie e figli di questa cultura. Che respiriamo, e coltiviamo, da secoli. Da millenni. E se non attiviamo una sufficiente consapevolezza, ci restiamo dentro mani e piedi. E testa. E cuore.
