VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

19 apr 2026

La pena di morte: ulteriore violenza che immettiamo nel mondo

Ritrovare... l’umanità

Un’amica, appena tornata da Aushwitz, mi racconta di questo suo primo incontro con quel campo. E mentre l’ascolto si fa forte in me il desiderio di vedere. Il bisogno di sentire quel posto. Tra le tante cose di cui mi parla, una in particolare mi colpisce: nello stesso luogo in cui era stata eseguita l’impiccagione di Rudolf Höss, il comandante del campo, c’è ora una ricostruzione, in tutto simile all’originale, della forca utilizzata per lui in quel 16 aprile del ’47. È accanto al primo crematorio del campo, vicino agli uffici delle SS, a cento metri dalla villetta in cui era vissuto con la sua famiglia. Ripenso allora a Norimberga. Dei ventiquattro imputati, dodici hanno subito la pena capitale. Altri, ergastolo o pene minori.

 

La pena di morte ha sempre accompagnato la storia e le civiltà. Paesi a regime autoritario ne fanno tuttora uso con sufficiente facilità. Ma anche alcune democrazie. Non ultimi gli Stati Uniti d’America. E, recentissimo, lo Stato d’Israele. Con un particolare, stavolta: la pena di morte è riservata ai palestinesi che dovessero rendersi colpevoli di atti di terrorismo. Non è per gli israeliani. Strana giustizia! Ma questi ultimi tempi ci insegnano che con Israele è difficile sorprendersi di fronte alle notizie che ci giungono.

Noi su questa pagina la pena di morte l’abbiamo già incontrata.[1] Ce n’aveva data occasione, otto anni fa, la coraggiosa decisione di Francesco di cambiare – finalmente! – la dottrina della Chiesa. La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, così fa scrivere nel Catechismo, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». Alle Nazioni Unite da vent’anni nell’Assemblea Generale c’è aperta la richiesta di moratoria per tutti i Paesi. Rinnovata ogni due anni, nell’ultima votazione, 2024, abbiamo avuto 131 favorevoli, 36 contrari e 21 astenuti.

 

Ma ritorniamo ad Aushwitz. Il comandante Höss di crimini non ne ha commessi pochi. Milioni di persone sono finite nelle camere a gas. Soluzione di cui andava orgoglioso. Devo ammettere che l'uso dei gas ebbe un effetto calmante su di me. Ho sempre avuto orrore degli spari, specie pensando al gran numero di persone, donne e bambini. Fu un sollievo che ci venisse risparmiato questo bagno di sangue, scrive.[2] Allucinante, certo. E nel ’47, condannarlo a morte era apparsa la giusta risposta ai suoi crimini. Così con gli altri gerarchi nazisti a Norimberga l’anno prima. Così con Mussolini in Italia. Catturato, condannato, ammazzato. Così con i vari criminali in epoche e luoghi diversi della storia.

Ma quella ricostruzione e ostentazione del patibolo ad Aushwitz m’inquieta. Qual è il senso, mi chiedo. A quale bisogno risponde. Forse per dire, a noi e al mondo, che finalmente giustizia è stata fatta? Se così fosse, perché temo proprio che così sia, dovremmo riconoscere che anche noi, che ci riteniamo dalla parte giusta della storia, ci lasciamo guidare dal medesimo pensiero che guidava Höss e i tanti suoi complici: il nemico va annientato. Dimenticando, noi che ci riteniamo non-criminali, che il bisogno di uccidere il nemico, anche quando non è più in grado di nuocere, è sempre desiderio di morte.

Höss, Himmler o Mussolini ottant’anni fa, Saddam Hussein o Gheddafi ai giorni nostri, è sempre violenza che immettiamo nel mondo. Non solo. Non ci rendiamo conto che questi omicidi, perché sempre di omicidio si tratta, stanno ad evidenziare la debolezza dei vincitori. La nostra debolezza. Abbiamo sposato lo stesso pensiero che guidava le scelte degli altri: il nemico, anche se reso innocuo, va annientato. Ma se anche noi, in nome di una presunta giustizia, continuiamo ad immettere morte e violenza nel mondo, siamo sicuri di essere tanto diversi da coloro che condanniamo per i loro crimini? L’attualità di questi giorni, mesi anni, legittima la domanda.

 

Come umanità abbiamo bisogno di uscire dalla logica dell’odio e della vendetta. Dal desiderio di distruggere l’altro, di fargliela pagare. Non è una soluzione annientare l’altro. Da umani abbiamo bisogno che l’altro, il nemico, si ritrovi trasformato. Che abbia l’opportunità di prendere coscienza dei suoi atti, del male che ha immesso nel mondo. Occasioni per restituire ossigeno all’energia di Vita che finora non ha saputo coltivare. Giustiziare con la morte chi ha sparso morte non è civiltà. È ulteriore violenza che immettiamo nel mondo.

Chiunque salva una vita è come se salvasse l'umanità intera, dice il Corano.[3] E il Maestro di Nazareth si descrive come con un pastore che fa di tutto per ritrovare la pecora che s’è spersa, e appena la ritrova festeggia con gli amici. Poi aggiunge che nel cielo, cioè nell’Universo, questa è vera occasione di festa: quando un uomo che s’era perduto nelle vie del male ritrova in sé la sua umanità.[4]

 

 

[1] Vol. 5, pag. 252

[2] R. Höss, 1958

[3] Corano 5,32

[4] Cfr. Luca 15,1-7; Matteo 18,12-14

 

*

 

Per approfondire:  Il Vangelo e la naftalina  2018