Un Omo aprì er cortello
e domannò a l’Olivo: Te dispiace
de damme un ramoscello
simbolo de la Pace?
No no - disse l’Olivo - nun scherzamo
perché ho veduto, in più d’un’occasione,
ch’er ramoscello è diventato un ramo
e er simbolo… un bastone.[1]
Oltre settanta milioni di morti nella Seconda guerra mondiale, e quasi diciassette nella Prima. Dal 1915 al ’45, in soli trent’anni. Per ottanta, nella nostra Europa, siamo stati capaci di fare a meno della guerra. Ma abbiamo costruito la pace? O ha ragione l’Olivo, che il ramoscello che pensavamo d’aver raccolto è diventato nelle nostre mani un ramo e questo l’abbiamo trasformato in bastone?
2mila700 anni fa un uomo, saggio, con la speranza nel cuore e nello sguardo la fiducia nel fratello, scrive: Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, e non impareranno più l’arte della guerra.[2] Ventisette secoli sono preistoria per noi del secolo XXI. Moderni, civili e tecnologici. Abbiamo conquistato la luna e stiamo viaggiando verso Marte. Creatori di algoritmi e di intelligenze artificiali. Capaci di comunicare alla velocità della luce da un capo all’altro del mondo. Ma...
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo.
Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.[3]
Pace diciamo. È ancora possibile usare questa parola? Così inflazionata suona che sembra appartenere giusto alla penna d’un poeta o alle fantasie d’un bambino. Eppure il cuore continua a cercarla. Pur soffocata e appesantita dalla rabbia e dal desiderio di vendetta che ingiustizie e prepotenze, vere o presunte, accumulate nel tempo, cercano di tacitare. Dove trovare la strada per ridarle ossigeno? Rianimarla. Come vuotare il caveau colmo di mine che aspettano solo di esplodere nell’illusione di pareggiare, anzi di sopraffare, il carico delle offese ricevute? Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell'altro, dell'estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l'inizio di un percorso di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace.[4] Dare voce al dolore altrui. Ma come ascoltarlo questo dolore? Il dolore di chi è causa e origine del mio. Della morte che, violenta, arriva e s’impadronisce dei miei affetti, dei miei desideri. Di ogni mio progetto di vita. Attraversi la vita mano nella mano con un altro, e improvvisamente quell’altro scompare, laggiù, in nessun luogo, e tu ti trovi sull’orlo di quell’abisso e vi guardi dentro.[5]
È mio nemico chi fa tutto questo. Ma il punto è proprio qui: la pace si fa solo con il nemico. Con l’amico non c’è bisogno. È già albero con radici solide il nostro rapporto. E ben piantato lungo il fiume. Qui pace diventa amore, amicizia, condivisione di valori, di progetti. Beati i costruttori di pace, come sostiene Gesù di Nazareth, significa sapersi incontrare con il nemico. Coltivare il coraggio di rischiare la pace. Per questo, credo, subito dopo averli detti beati, il Maestro aggiunge perché saranno chiamati figli di Dio.[6] Perché è lì, in Dio – o nella Vita, se la parola Dio suona eccessiva – che nasce la pace.
Nel conflitto cammina questo nostro tempo. Ma una domanda urge. È la deterrenza terreno fecondo per coltivare la pace, si vis pacem para bellum, pensiero che sembra prevalere nei governanti di tutto il mondo, o è nella fiducia reciproca fondata sull’ascolto e sulla non-violenza che essa può nascere e prosperare? Gli arsenali stracolmi possono anche fermare il potenziale aggressore non appena abbia l’intelligenza per saper misurare il prezzo che verrebbe a pagare il giorno in cui decidesse di attaccare l’avversario e iniziare a chiamarlo nemico. Ma è vera pace? La verità e la non violenza sono antiche come le montagne ricordava Gandhi. Eppure gli uomini, da quando sono stati capaci di riflettere su sé stessi, hanno constatato che nel cuore umano c’è anche la mano di Caino che uccide il fratello. Quanta strada ha ancora davanti l’umanità per giungere a farsi guidare dalla saggezza piuttosto che dalla paura!
I bambini giocano alla guerra.
È raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai pum e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
È la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.[7]
1° gennaio, Giornata mondiale della pace. Buon anno!
[1] Trilussa, La Pace
[2] Is 2,4
[3] Quasimodo
[4] C.M. Martini, 2003
[5] Tolstoj, Guerra e pace
[6] Mt 5,9
[7] Brecht
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Si può leggere: Pax Romana 2024, Vincere! E non vinceremo 2023, L'inganno della guerra 2022 (Ciascuno con relativi rimandi...)
