VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

5 lug 2026

Università: fabbrica di professionisti o di intelligenze artificiali?

Ma tu mortal (non) sei...

Quale studente non ha subito il fascino di Leopardi? Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, impossibile non averlo incontrato. Un dialogo serrato, con la luna prima, giovinetta immortal, poi con la sua amata greggia, compagna di giorni e di stagioni. Domande vive, esistenziali. Che forza la poesia: tre parole, un’immagine, e il pensiero oltrepassa ogni orizzonte... ove per poco il cor non si spaura.[1] Confortato da Gibran, Quando la Vita non trova un poeta che ne canti il cuore, genera un filosofo che parli della sua mente, oso prendere in prestito le parole d’un poeta e scendo, terra terra, nel mondo della scuola. In particolare, della nostra università.

 

Siamo in tempi d’esame. Ansia. Sfinimento. Niente di nuovo, direte. No, da sempre gli esami accompagnano gli studi. Non solo. Prove, concorsi, verifiche, colloqui per un lavoro sono ormai normalità. Ma oggi vorrei ragionare con voi su una modalità sempre più presente negli esami universitari. L’esame scritto.

In tutti i miei anni d’Università non ho mai avuto il piacere (!?) di sperimentarlo. Sempre l’esame era incontro con una persona. Un incontro tra persone. Certo, i temi e i contenuti erano attinenti alla disciplina che dovevo mostrare d’aver studiato e di possedere in una misura adeguata per i parametri del docente. I testi indicati, le lezioni cui avevo assistito o partecipato, eventuali esercitazioni o tirocini effettuati. Ma l’esame era sempre qualcosa che io studente e il prof che doveva valutarmi costruivamo insieme. In un incontro tra persone. Non alla pari, certo. Ma sempre due persone che s’incontravano. Questo permetteva a me studente di confrontarmi con chi ne sapeva di più e di accedere, attraverso le domande e le osservazioni che mi venivano fatte, a dimensioni nuove della conoscenza, di cui ero in possesso magari senza esserne consapevole, o che scoprivo invece come lacune importanti nella mia preparazione. E ne ricevevo, nei limiti e nelle potenzialità del nostro incontro, stimoli per rivedere connessioni e integrazioni nel mio studio.

Un altro aspetto c’era. E non di poco conto. Salvo quei docenti che limitavano l’esame ad una pura verifica del sapere acquisito al fine di tradurlo in un numero da scrivere sul mio libretto e sul suo verbale, con il prof in carne ed ossa c’era anche la possibilità, non sempre ma non era così raro, d’un confronto sul senso, per me, della mia frequenza al suo corso e sulla qualità di esso dal mio punto di vista di giovane studente, come pure sul significato che aveva per me frequentare quella facoltà. Nella prospettiva d’una professione cui mi stavo preparando.

 

Immagino l’universitario che oggi dovesse leggermi: si chiederebbe subito di quale era geologica io stia parlando, vista la sua esperienza. Sono passati cinquant’anni dalla mia ultima laurea. Ero, allora, tra i primi usciti da Psicologia nel nostro Paese. E se anche preistoria vi sembra, be’, facciamoci un giro! Perché il mio timore è che oggi le nostre università puntino a preparare laureati la cui formazione sia più rapportabile al funzionamento d’un’intelligenza artificiale che alle potenzialità della mente umana.

L’esame è rigorosamente scritto. Assai spesso con risposte a scelta multipla: basta mettere la crocetta al punto giusto. Il risultato non è neppure letto dal docente, ma è il suo computer che verifica e traduce in un numero. Sessante domande cui rispondere in 60 minuti, con 0.5 di punteggio per ognuna: se rispondi bene a tutte, 60x0.5=30; se poi invece di 60 minuti ne impieghi meno di 45, il computer ti dà anche la lode. Il computer.

E l’incontro personale tra studente e professore? Appunto, roba da preistoria. Se proprio vuoi, allora qualche docente illuminato concede un’integrazione all’esame scritto. Ma, attenzione: se poi l’orale non dovesse andar bene, ti toglie anche quel voto che nello scritto t’eri assicurato.

 

Ma avevi cominciato tanto bene... ti sei perso Leopardi! No, tranquilli. È qui. Dopo averle portato tante domande, dice alla luna Ma tu mortal non sei, e forse del mio dir poco di cale.[2] Caro prof, anche se spesso ti poni su un altro pianeta rispetto ai tuoi studenti, tu mortal sei, e come loro appartieni alla specie umana. A te noi affidiamo il compito di formare i professionisti di domani. Non ci servono cervelli che funzionino come tante intelligenze artificiali, stracarichi di nozioni. Ma incapaci di costruire pensieri, elaborare riflessioni, attivare consapevolezze. In una parola, poveri di intelligenza umana. Medici superesperti di biochimica, ma incapaci di guardarti negli occhi quando chiedi un consulto. Economisti bravissimi in previsioni o bilanci, ma indifferenti al bene comune. Psicologi superlativi nelle più complesse batterie di test, ma capaci d’incontrare i pazienti solo dietro lo schermo d’un computer.

Cerco l’uomo! diceva Diogene, mentre camminava con la lanterna accesa, di giorno, per le strade d’Atene...

 

 

[1] L’Infinito

[2] Il canto notturno