Parole debordanti questi giorni. Tracimano da ogni loco, lago o pozzanghera che sia. Dalla Presidente del Consiglio all’ultimo dei parlamentari che, in questo scorcio di legislatura è occupato a investire tutte le energie a mostrare fedeltà al capo, nella speranza di vedersi confermato, la prossima, in quel posticino che da quattro anni sta riscaldando.
Prima, però, ci tengo a dire che anch’io rivendico il diritto alla legittima difesa. Difesa da coloro che stanno governando il Paese. E con buona pace del mio amico G, che mi ha richiamato all’ordine perché avevo osato esprimere su questo giornale la mia opinione in merito al referendum (non avrei dovuto, visto che Voce della Vallesina non è tuo, mi scrisse, ma della diocesi), rivendico, per me e per chi cerca di ragionare anche con i neuroni della testa oltre che con quelli della pancia, il diritto alla legittima difesa da chi pretende di governare concentrando nelle sue mani ogni potere. Esecutivo, legislativo e giudiziario.
Di che parlo? Della vicenda del gioielliere settantenne condannato a 14 anni per aver ucciso due uomini e ferito un terzo. Li ha colpiti mentre li inseguiva quando già stavano scappando dopo aver tentato di rapinarlo. Cittadino italiano che, a quanto sembra, è uso ad aver una certa confidenza con le armi se, anni prima, s’era presentato a casa del fidanzato della figlia, minacciando, pistola in pugno. Ma non è qui la questione. La magistratura, nei tre gradi di giudizio previsti dalla legge, ha emesso la sentenza. E sul piano giuridico è questa che fa testo. Competenza della magistratura, del resto, non è esprimere valutazioni morali o politiche, ma giudicare i fatti per come si sono svolti, e per come chi li ha commessi fosse, al momento del fatto, nelle condizioni di valutare quanto stava facendo. Se, cioè, nel possesso delle proprie capacità mentali, godeva della libertà d’intendere e volere.
Non sta a me, quindi, valutarne colpevolezza o innocenza. Né al governo. Come pure è difficile giudicare il livello di libertà mentale di cui può disporre, nelle sue condizioni attuali, sia per la storia personale sia, soprattutto, per le pressioni cui è sottoposto proprio dall’atteggiamento dei nostri governanti. Questo, anche per comprendere certe sue parole in merito al diritto alla grazia, che rivendica d’avere, da parte del Presidente. Ma il punto non sono le sue parole. Che, ripeto, vanno lette in tutto il contesto. Il punto è l’atteggiamento dei tanti nostri governanti.
Roma. Un nome che dice storia. Secoli l’hanno vista punto di riferimento. Regno, repubblica, impero. E se ad Atene nasce e fiorisce la filosofia, Roma è maestra di diritto. E noi ne siamo gli eredi. Legittimo dunque e doveroso, a mio parere, chiederci a quale eredità la nostra classe politica oggi faccia riferimento.
Perché due anime Roma ha espresso, sostanzialmente, in merito al diritto.
La prima ha nome Nerone o Caligola, o i tanti altri che li hanno preceduti o seguiti. La legge è l’imperatore. Le sorti d’un uomo, la vita la morte, sono nel pollice o nella parola di questi. Per chiunque. Gladiatore o avversario politico o perfino familiare. Mogli, figli, madri, fratelli condannati a morire anche solo se nel pensiero dell’imperatore risuonano come pericolo per lui e per il suo potere.
L’altra anima di Roma la possiamo chiamare Cicerone o Seneca o Ortensia, o con il nome di chi altri sa mettere il bene comune prima del proprio. Qui la legge è nel codice scritto. Ad essa sono soggetti tutti i cittadini, perfino senatori e consoli.
Se vi chiedete di quale Roma si mostrino eredi i nostri governanti, non credo ci siamo troppi dubbi. La legge sono loro. Così ritengono. E in nome di questo principio schiacciano chiunque e qualunque cosa. Un magistrato che osi giudicare i fatti in applicazione delle leggi, se il suo giudizio non corrisponde a quello che brilla nelle loro menti, è un nemico. Da esporre al pubblico ludibrio. Da combattere con ogni mezzo. Giusto per stare ai più recenti, la cosiddetta famiglia nel bosco, i centri in Albania, e oggi la vicenda di quest’uomo condannato per duplice omicidio. Perché ai loro occhi non solo è innocente, ma, auspicabile candidato alle prossime elezioni, va indicato a modello di comportamento per tutti i cittadini della Nazione – ovviamente cittadini italiani doc, con pedigree autenticato!
Ecco perché rivendico il diritto alla legittima difesa da questi governanti. Che non sanno l’abc d’una democrazia. Rivendicare la grazia è tutt’altro che chiedere la grazia. Questo richiede almeno il riconoscimento della propria colpevolezza e il pentimento per l’errore commesso, nei confronti delle vittime dirette e nei confronti dell’intera società. Comprensibile che in questo buco ci possa cadere il singolo cittadino, con tutto il peso della situazione che lo vede coinvolto. Incomprensibile e inaccettabile che su queste situazioni ci giochino donne e uomini di governo.
E come esercitare il diritto alla legittima difesa da costoro? Smascherandone i giochini, come stiamo tentando di fare. Infine, con il voto.
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NOTA: Durante questo periodo di ferie Voce della Vallesina uscirà soltanto nelle domeniche 26 luglio, 9 e 30 agosto
