VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

28 giu 2026

Sé stessi al centro di tutto: un male antico e attuale

La Fonte e Narciso

C’era una fonte (fons) pura, splendida di acque argentee,
che non avevano mai toccato i pastori e le capre
che pascolavano sulla montagna, né altri animali: non l’aveva turbata
né un uccello, né una bestia, né un ramo caduto dall’albero:
attorno c’era l’erba nutrita dalle acque vicine,
e un bosco che non lasciava che il sole riscaldasse l’ambiente.
Qui il ragazzo, sfinito dalla caccia appassionata e dalla calura,
si sdraiò, affascinato dal luogo e dalla fonte,
e, mentre cerca di calmare la sete, un’altra sete
crebbe in lui mentre beve: rapito dalla dolcissima immagine
vista, ama una speranza incorporea e scambia per corpo
l’acqua: stupisce di sé stesso e rimane immobile e impassibile
come una statua scolpita nel marmo di Paro.
Steso per terra, guarda il duplice astro dei propri occhi,
i capelli degni di Bacco e di Apollo,
e guance lisce, il collo eburneo, la splendida
bocca, il rossore misto al candore di neve.
Ammira tutto ciò che lo rende mirabile: senza saperlo,
desidera sé stesso, insieme loda ed è lodato,
cerca ed è cercato, brucia e appicca il fuoco...
Ma nessun pensiero di cibo o di sonno
lo può allontanare di là: disteso sull’erba ombrosa,
guarda con occhi mai sazi la bellezza ingannevole
e si consuma attraverso i suoi stessi occhi...
Poggiò il capo sfinito sull’erba verde
e la morte chiuse gli occhi ammirati della bellezza del loro padrone
.[1]

Storia controversa quella di Narciso. Ovidio lo lascia morire d’inedia. Per altri l’abbraccio della morte l’accoglie quando si getta in acqua per unirsi ancor più intimamente alla sua immagine.

Ma la storia non finisce. Qualche secolo dopo un altro poeta racconta: Quando Narciso morì, la fonte (pool) del suo piacere si trasmutò da una coppa di dolci acque in una polla di lacrime salse, e le Oreadi accorsero, piangendo, attraverso i boschi per cantare alla fonte e darle conforto. E quando videro che la fonte s’era trasformata da una coppa di acque dolci in una polla di lacrime salse, sciolsero le verdi trecce dei loro capelli e gridarono alla fonte dicendo: “Non ci stupisce che tu pianga per Narciso, per quanto era bello”. “Ma Narciso era bello?” domandò la fonte. “Chi altri meglio di te potrebbe saperlo?” risposero sorprese le Oreadi, “Non passava mai di fronte a noi, ma cercava te, e si stendeva sulle tue sponde e ti guardava, e nello specchio delle tue acque, specchiava la propria bellezza”. Rispose la fonte: “Ma io amavo Narciso perché tutte le volte che si stendeva sulle mie sponde e mi guardava, nello specchio dei suoi occhi vedevo sempre specchiata la mia bellezza”.[2]

 

Due mondi s’incontrano. Meglio, s’incrociano. Non c’è incontro, infatti: ciascuno è catturato dalla propria immagine ed è incapace di accorgersi dell’altro. Narciso non vede la fonte e la fonte non vede Narciso. Nelle acque pure splendide argentee lui vede sé stesso. Non sa cogliere la purezza, la limpidezza, la preziosità dell’acqua. E la fonte non vede Narciso, il suo bel volto, gli occhi i capelli il sorriso: nei suoi occhi vede riflessa solo la propria bellezza. Ciascuno vede soltanto sé stesso. Non s’incontrano. L’incontro c’è quando all’altro riconosco un’identità. L’altro ha un corpo, una mente, un’anima che lo rendono unico e irrepetibile. Originale. Non è copia di nessuno. Né è proprietà di qualcuno.

Dèi ed eroi popolano il pensiero greco. Perfino qualche donna vi troviamo. Narciso non era un eroe. Non l’astuzia e l’intelligenza di Ulisse, non l’umana grandezza di Ettore né la forza e la potenza di Achille. Era un semplice ragazzo che un giorno, andando a bere ad una fonte, vede riflessa la propria immagine. E lì si ferma. Da questa si lascia catturare. E, incapace d’andare oltre, ne rimane prigioniero.

 

Deve a Freud, Narciso, se oggi il suo nome riempie un capitolo nei trattati di psicopatologia. Disturbo narcisistico di personalità lo chiama il DSM: un quadro caratterizzato da grandiosità, necessità di ammirazione, e mancanza di empatia.

Disturbo dell’uomo moderno? Qualità indispensabile per la carriera politica? Così sembra. Segretari di partito che mettono nelle liste blindate solo i propri seguaci. E prima d’offrire un programma agli elettori, si preoccupano di piazzare il proprio nome. Capi di governo che nella scelta di collaboratori cercano fedeltà e sottomissione piuttosto che competenza. E né l’uno né gli altri sanno vedere la verità. I fedeli non sono fedeli che a sé stessi. Ma il capo non se n’accorge: l’ossequiano, lo seguono, lo servono, lo riconoscono, l’ammirano. Ma solo perché nel suo sguardo vedono riflessa la propria immagine. E i fedeli non vedono che il capo li sceglie e se ne serve solo perché da loro si sente riconosciuto ed ammirato. Non per le loro qualità. Né perché ne riconosca valore o competenze. Ciascuno è prigioniero della propria immagine. Riflessa nell’altro.

Ma all’apparir del vero resta la morte. Narciso muore d’inedia. La fonte da una coppa di dolci acque diventa una polla di lacrime salse. Né l’uno né l’altra portano vita.

 

[1] Ovidio, Metamorfosi III, 407-440

[2] Oscar Wilde, Il discepolo